Ripetitori

BASTA CON LE CAZZATE DEGLI ANTIPROIBIZIONISTI.

 

 

BASTA CON LE CAZZATE DEGLI ANTIPROIBIZIONISTI
di Mario Adinolfi

Il Corriere della Sera ci informa che i professori di una classe di quindicenni del liceo Parini di Milano in gita a Roma hanno denunciato alcuni allievi che si stavano fumando tre grammi di marijuana. Due studenti sono stati individuati come i “pusher” del gruppo, rifornivano insomma di droga tutta la classe. La notizia è duplice. La prima, positiva, riguarda i docenti denuncianti che hanno fatto scattare l’operazione di polizia all’interno dell’hotel romano dove alloggiava la scolaresca in gita. La seconda, negativa, è che emerge grazie a questa notizia un fenomeno che è diffusissimo: dobbiamo saperlo bene noi genitori, la droga è consumo abituale tra gli adolescenti. Secondo gli ultimi dati sarebbero 855.000 i minorenni consumatori di droga, con una crescita del 70% negli ultimi cinque anni. Le campagne “simpatizzanti” a favore delle canne offrono un senso di sostanziale impunità, a questo si aggiunge l’impennata di consumo di droghe chimiche, le “pasticche”, con migliaia di diverse componenti psicoattive sempre nuove che costringono le forza dell’ordine a “inseguire” un mercato della droga in continuo cambiamento che punta dritto sui nostri figli. Si può far finta che il problema non ci riguardi, possiamo chiudere gli occhi, ma i dati sono oggettivi: in ogni classe di scuola superiore composta da 25 allievi, 10 si drogano. La torta è divisa così: cinque consumatori prevalenti di cannabis e marijuana, quattro di pasticche, uno di cocaina o eroina. Al liceo Parini, fondato nel 1774 da Maria Teresa d’Austria, hanno trovato il coraggio di denunciare. Le droghe, anche quelle “leggere”, devastano il tessuto neuronale degli adolescenti, dei nostri figli. Serve una guerra alla droga nelle scuole, culturale e giuridica, basta con le cazzate degli antiproibizionisti.

Ripetitori

LE NOSTRE SCELTE – Elezioni Amministrative

 

LE NOSTRE SCELTE
di Mario Adinolfi

Riguardo alle nostre scelte per le prossime amministrative, stiamo lavorando nel solco della tradizione che fin dal 2016 ci ha visti comporre intese di varia natura con l’obiettivo di ottenere più eletti possibile perché sono gli eletti l’anima della presenza sul territorio. Abbiamo ottenuto eletti andando da soli con il nostro candidato sindaco (penso a Mirko a Riolo), ne abbiamo ottenuti andando in coalizione e esprimendo dunque esponenti di governo locale (il primo fu Lanfranco nel 2016, da allora vicesindaco a Cordenons), ne abbiamo ottenuti candidando nostri esponenti in liste altrui (la prima fu Giovanna sempre nel 2016 a Bolzano). I principi guida sono due: siamo un movimento dove conta chi si impegna, quindi decidono i gruppi locali e il direttivo nazionale nega il suo necessario placet tecnico solo in caso di macroscopiche violazioni della ragione d’essere del Popolo della Famiglia (sono vietate ad esempio intese con Pd e M5S); bisogna concretamente agire valutando il massimo numero di eletti ottenibili sul territorio, nelle condizioni date. Nei prossimi mesi si rinnoveranno 5 consigli regionali e 797 consigli comunali. Il Popolo della Famiglia, ottenuto il riconoscimento politico della sua soggettività autonoma grazie alla scelta vigorosa e lungimirante di presentare il proprio simbolo fuori dalle coalizioni alle politiche, ora può sedersi a ogni tavolo di trattativa se le condizioni lo consentono facendo pesare il consenso localmente raccolto per trasformarlo nei prossimi mesi (ce lo auguriamo) in un consistente numero di eletti che sommati ai sedici attuali comporranno la presenza viva e visibile del PdF nelle istituzioni. Un passo alla volta, un passo alla volta…

 

Ripetitori

IL POPOLO DELLA FAMIGLIA C’E’!

Oggi su molti quotidiani (Messaggero, Gazzettino, Mattino ecc.) compare questo sondaggio che, al di là delle tendenze politiche generali, contiene per noi del Popolo della Famiglia tre notizie importanti. La prima è che siamo definitivamente, anche per i sondaggisti, una soggettività politica quantitativamente apprezzabile, non più confondibile nel calderone degli “altri partiti”; la seconda è che mentre tutte le formazioni piccole collassano (Liberi Uguali, Bonino, Lupi, CasaPound, Fratelli d’Italia) noi non perdiamo un voto e siamo i soli stabili; terzo è che per via di questo dato abbiamo già più voti di Casa Pound e ci apprestiamo ad agganciare Noi con l’Italia. La testuggine PdF non cede un centimetro. Ora, avanzare uniti e compatti.

Ripetitori

LA NUOVA #ROADMAP – di Gianfranco Amato

La nuova #roadmap per il Popolo della Famiglia
di Gianfranco Amato

Desidero ringraziare uno per uno tutti i 219.535 elettori che hanno espresso nell’urna la loro fiducia al Popolo della Famiglia. Lo faccio con un pizzico di soddisfazione e di orgoglio per aver consentito a quasi duecentoventimila italiani di poter esprimere il proprio voto con la gioia nel cuore ed il sorriso sulle labbra. Finalmente convinti e contenti.

Il primo messaggio che ho ricevuto subito dopo i risultati definitivi è stato quello di un politico il quale mi ha rinfacciato il fatto che se lo avessi ascoltato oggi anch’io sarei stato senatore. Ho dovuto spiegargli, per l’ennesima volta, quello che ho ripetuto durante tutto il mese di campagna elettorale. Primo, io non sono interessato a posizioni personali ma alla creazione di un progetto collettivo. Secondo, io non avrei mai potuto mettere a disposizione il mio volto, la mia storia, la stima e la rete di amicizie costruite in questi anni, a vantaggio di un partito che intende legalizzare la prostituzione, introdurre il divorzio lampo, che candida una come Giulia Bongiorno, e che tiene un atteggiamento sostanzialmente “agnostico” – grazie alla cd. libertà di coscienza – sui principi non negoziabili (vita, famiglia, educazione). Se io e Mario Adinolfi avessimo voluto limitarci ad ottenere uno scranno in parlamento avremmo potuto tranquillamente farlo quando ci è stato proposto già due anni fa. Questo con buona pace di tutti i detrattori che oggi ci accusano di essere affetti da «ambizione personale». Costoro non riescono ancora a capire la differenza tra la miseria di un progetto personale e la grandezza di un progetto collettivo.
Il messaggio che, invece, ho davvero apprezzato è stato quello di mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno, il quale mi ha esortato a continuare fermamente nel progetto del Popolo della Famiglia. Ora che la campagna elettorale è finita, posso rivelare che lui è stato per me un punto di riferimento importante, una sorta di “direttore spirituale” in questa esperienza politica. Ci siamo sentiti e confrontati più volte in questo lungo mese di campagna. Il prossimo 14 aprile 2018 mons. Giovanni D’Ercole incontrerà a Roma i dirigenti e i militanti del Popolo della Famiglia in un’assemblea pubblica dove condividerà una sua riflessione personale. Sono certo che avrà cose utili e intelligenti da riferire.

Oggi ci troviamo di fronte ad un quadro politico sconvolgente rispetto al quale non si può rimanere indifferenti. Per la prima volta dal dopoguerra, nel nostro Paese non esiste in parlamento un gruppo, un partito, un movimento di dichiarata ispirazione cristiana. Il tracollo della cosiddetta “quarta gamba” – passata dal 4% all’1% senza riuscire a superare nemmeno la soglia di sbarramento –, e la impressionante débâcle dei cattolici di sinistra (prodiani, casiniani, e cattodem di Civica Popolare della Lorenzin), mostrano uno scenario inquietante. Né a destra né a sinistra oggi esiste una presenza parlamentare strutturata, visibile ed autonoma che si dichiari espressamente ispirata ad una visione antropologica cristiana. Parlo espressamente di «visione antropologica cristiana» perché credo vada superata in politica la definizione, anche se convenzionale, del termine “cattolico”. Non fosse altro che per il significativo apporto che tutti gli amici evangelici hanno dato e continuano al movimento.

Questa tornata elettorale segna un ulteriore importante “stato di avanzamento” dei lavori relativo al progetto del Popolo della Famiglia. In questi due anni abbiamo realizzato lo scavo e le fondamenta. Da oggi, dopo il 4 marzo, possiamo cominciare ad alzare i muri perimetrali.

La nostra esperienza ha dimostrato che ogni passaggio elettorale può diventare l’occasione per un momento di riflessione e anche di sana autocritica. Com’è noto la perfezione non è di questo mondo. La cosa importante è che impariamo a crescere step by step, come dicono gli anglosassoni, passo dopo passo, e costruire mattone su mattone.

Anche questa importante tornata elettorale delle politiche 2018 ci offre molti spunti di riflessione. Vorrei condividerne alcuni.

Il dato che più mi ha colpito è quello del numero di italiani che conoscono il Popolo della Famiglia: solo il cinque per cento. Questo significa che il 95% ancora non sa che esiste questo partito. In effetti bisogna dire che l’Italia è veramente grande e popolata, fatevelo dire da uno che l’ha girata palmo a palmo per ben quattro volte. Se però consideriamo il risultato ottenuto (0,7%) alla luce della risicatissima percentuale di conoscenza, dobbiamo concludere che si è trattato di un vero miracolo, e dovremmo chiederci cosa potrebbe accadere se il dieci, quindici, venti per cento degli italiani ci conoscesse. È chiaro che non esiste un automatismo matematico, ma certo aumenterebbero decisamente le probabilità di allargare il consenso.

Allora io credo che le prossime azioni da intraprendere nell’immediato debbano seguire quattro direttrici.

1) CONOSCENZA DEL MOVIMENTO

Occorre essere realisti. Il Popolo della Famiglia non avrà mai a disposizione i milioni del luciferino finanziere George Soros. Toccherà quindi procedere “a mani nude”, conquistando il territorio in maniera militare, con la prospettiva strategica gramsciana che punta ad avanzare di casamatta in casamatta. In ciascuno dei novantasette circoli in cui è diviso il nostro Paese si dovranno quindi identificare dei referenti che prendano contatti con il mondo religioso, con le associazioni di categoria, con gli ordini professionali e con tutti quegli ambiti della società che possono essere interessati dal progetto del Popolo della Famiglia.

2) ORGANIZZAZIONE

La partecipazione alle elezioni politiche ha rappresentato un’ottima occasione per testare le persone e per creare una rete organizzativa. Penso ai responsabili regionali che hanno curato la presentazione delle liste, ai responsabili di collegio che hanno raccolto le firme e coordinato la campagna elettorale a livello locale, e ai candidati dei singoli collegi.

Oggi l’applicazione della regola militare per cui «i galloni si conquistano sul campo» ha permesso di individuare e valorizzare coloro che hanno dimostrato capacità e lealtà.

Deve comunque continuare l’apertura dei circoli locali che restano la struttura portante del movimento.

C’è un altro dato che mi preme evidenziare.

Tutti gli analisti politici concordavano sul fatto che il Popolo della Famiglia avrebbe preso molti più voti al Senato, ritenendolo un partito caratterizzato da un elettorato “anziano” con un programma farcito di temi “anziani”. Il risultato, invece, ha smentito tutte le previsioni e si è rivelato un’ulteriore sorpresa. Sono, infatti, più di settemila i voti dei giovani che hanno fatto la differenza tra Camera (219.535) e Senato (211.671). Ricordo con piacere, peraltro, i tantissimi diciottenni che ho incontrato durante la campagna elettorale e che con gioia mi dichiaravano di essere contenti di poter votare per la prima volta il Popolo della Famiglia. Di molti di loro ho tenuto i contatti, grazie ai quali provvederemo a costituire un’apposita sezione del movimento. La presenza dei giovani nella struttura del Popolo della Famiglia sarà un altro dei punti strategici della nuova organizzazione.

3) PRESENZA CULTURALE

Passata la buriana della battaglia elettorale (e con essa – si spera – anche il fuoco amico), le condizioni di maggior serenità consentiranno di spiegare con calma il progetto politico-culturale del Popolo della Famiglia. Spariti dall’orizzonte i cacciatori di voti, ora i nostri interlocutori privilegiati possono essere più disponibili ad ascoltare le nostre ragioni.

Quello postelettorale è un tempo propizio per una presenza culturale che può realizzarsi anche attraverso incontri, presentazione di libri, e soprattutto iniziative pubbliche che mostrino una presenza politica capace di diventare cultura.

C’è anche un altro aspetto che sta interrogando i politologi. Tutti si chiedono le ragioni di un dato davvero singolare: il Popolo della Famiglia ha mantenuto la stessa pressoché identica percentuale in tutti i collegi d’Italia. Da Bolzano a Siracusa. Dato anomalo rispetto a tutti gli altri partiti. Oggi, infatti, abbiamo una situazione in cui al nord domina la Lega, mentre al sud dilaga il movimento Cinque Stelle. In un Paese diviso territorialmente sulla base di paure o istanze assistenzialiste, i politologi si interrogano su quale sia il “collante ideologico” che consente ad un partito come il Popolo della Famiglia di essere presente in maniera uniforme e omogenea in ogni angolo del territorio nazionale. Forse che sia davvero l’identità cristiana? In questa prospettiva si aprirebbe uno scenario interessante per il Popolo della Famiglia, il solo partito oggi capace di mostrare che l’unico collante in grado di unire il Paese resta l’identità culturale cristiana. Questo è un punto che dovrà essere attentamente approfondito ed oggetto di una seria riflessione.

4) FORMAZIONE

La quarta direttrice che ritengo fondamentale è quella della formazione. Non tutto ciò che appartiene al passato dev’essere necessariamente rinnegato. Penso, per esempio, alla proficua esperienza della “scuola di politica” presente in quasi tutti i partiti della Prima Repubblica.

La profondità del progetto politico-culturale del Popolo della Famiglia implica necessariamente un’adeguata formazione.

Un militante medio, per esempio, deve saper rispondere all’obiezione secondo cui il reddito di maternità integrerebbe una forma negativa di assistenzialismo, contraria alla dottrina sociale della Chiesa. Mi viene in mente, in proposito, lo splendido articolo di Emiliano Fumaneri pubblicato sulla “Croce”, con il quale si è magistralmente smontata questa obiezione. Colgo l’occasione per ribadire che proprio il quotidiano “La Croce” rappresenta un fondamentale ed indispensabile strumento di formazione. Così come i due libri che occorre diffondere: O capiamo o moriamo e L’unica opzione. A proposito di quest’ultimo, voglio ricordare che proprio la lettura di quel libro ha fatto cambiare idea sul voto ad un sacerdote, il quale, abbandonando l’intenzione iniziale di votare “Insieme” (il partito dei catto-prodiani), ha deciso di optare per il Popolo della Famiglia. Uno dei tanti voti spostati dal centrosinistra, con buona pace dei sedicenti analisti politici che spargono veleno contro il Popolo della Famiglia sui giornali “amici”.

È allo studio, quindi, una vera e propria scuola di formazione, che verrà improntata grazie al preziosissimo contributo di amici come Fabio Torriero e Giuseppe Brienza.

Anche per quanto riguarda la comunicazione, la presenza del Popolo della Famiglia alle elezioni politiche nazionali ha contribuito al fatto di essere riconosciuti come interlocutori degni di attenzione da parte dei media locali. Quotidiani e televisioni dei singoli territori hanno obiettivamente dato un certo spazio al movimento, a differenza, purtroppo, dei mezzi di comunicazione nazionali.

Torniamo all’analisi del voto.

La percentuale dello 0.7% ha creato in alcuni – devo dire in realtà pochi – una certa delusione. Ora, è ovvio che sarebbe stato meglio ottenere un risultato maggiore, ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: «Noi abbiamo fatto davvero tutto il possibile?». Io credo di sì. Io credo che nelle circostanze date, abbiamo fatto davvero tutto quello che era nel novero delle nostre possibilità. Ora occorre cambiare le condizioni, cominciando proprio dall’allargamento della percentuale di italiani che conoscono il Popolo della Famiglia. Tutto questo partendo dal presupposto che non si può passare direttamente dalle scuole elementari all’università. La vita ci insegna che dopo le elementari ci sono le medie, poi le superiori e poi l’università. Ogni passaggio implica una progressione nella crescita e nella formazione.

Occorre imitare la pazienza del contadino, il quale è capace di aspettare che il seme diventi un germoglio e poi una spiga. Mi è già capitato di ricordare agli “impazienti”, il caso della Lega Lombarda, che quando nacque agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, era poco più che un’armata Brancaleone, un movimento spontaneo, disorganizzato, a tratti folcloristico, guidato da un leader carismatico. Quando si presentarono alle elezioni politiche i leghisti raggiunsero lo 0,48% dei voti alla Camera dei Deputati e lo 0,42% al Senato, ottenendo così i primi due seggi in parlamento. Umberto Bossi fu eletto sia alla Camera, nella circoscrizione Como-Sondrio-Varese, che al Senato. Optò per il Senato e divenne da allora “il Senatùr”, mentre alla Camera gli subentrò l’architetto Giuseppe Leoni. Fu soltanto a seguito di questo importante passaggio elettorale che, tra il 1988 ed il 1989, la Lega riuscì a strutturarsi ed organizzarsi. Nelle successive elezioni europee del 18 giugno 1989 ottenne i primi due eurodeputati, raccogliendo a livello nazionale 636.242 voti, pari al 1,86%. Passò quindi, dallo “zerovirgola” delle politiche del 1987 all’1,86% delle europee del 1989. Oggi la Lega è il primo partito del centrodestra ed esprime nella figura del suo Segretario Matteo Salvini in candidato premier.

Ci sono passaggi che non si possono saltare.

Cito spesso in proposito un passo tratto dall’opera di don Luigi Giussani intitolata Riflessioni sopra un’esperienza. Lo voglio riproporre: «Il fare deve venir realizzato con due condizioni: – 1) non deve avere limiti di tempo preventivati. Non si può dire “tento un certo numero di volte, e poi, se non riesco, e non mi piace, basta”. È un’impostazione all’origine che rivela una mancanza sottile di amore al Vero, o una sottile presunzione, o un attaccamento a sé. – 2) Qualsiasi gesto (qualsiasi “fare”) impegna tutta la persona come tale. Perciò anche un’attività minima, accettata per l’Ideale, dà un contributo valido alla crescita della persona. Spesso si desiste dall’impegno, perché non ci si sente capaci di un livello più alto di realizzazione: si abbandona tutto perché appare troppo irraggiungibile la cima, o semplicemente quello che altri fanno. Nulla è più irrazionale di questa specie di “scandalo del bene”. Ognuno faccia ciò che gli riesce di fare. In qualsiasi circostanza si trovi – fosse anche il livello più basso – nessuno è scusato dal tentativo indomabilmente ripreso. “Vita non facit saltum”; per cui non possiamo pretendere di arrivare subito ad un vertice, ma occorre una pazienza di sviluppo, lunga come la pazienza del Signore, cioè come tutto il tempo della nostra vita».

Giussani applicò alla vita la celebre frase «», con la quale si intendeva affermare che ogni cosa in natura avviene secondo leggi fisse, tempi prestabiliti e per gradi. Si tratta di una formula, di origine scolastica, che si trova nella forma tradizionale nella Philosophia botanica di Linneo (1751), ma che era presente nel Nouveaux essais di Leibniz (1704), nella forma «tout va par degrés dans la nature, et rien par saut», ossia, «tutto procede per gradi nella natura, e niente con salto». Anche in politica, come in natura e nella vita, non si possono fare salti.

12/03/2018

 

Ripetitori

DEDICATO A MARI STELLA.

DEDICATO A MARI STELLA
di Mario Adinolfi

I nostri numeri sono stati cucinati in tutte le salse, sui giornali e sui blog, ma ne manca uno ed è 7.864 (219.535 i voti alla Camera, 7.864 in più che al Senato dove votano solo gli over 25). Sono quasi ottomila infatti gli under 25, i giovanissimi che hanno votato per il Popolo della Famiglia. Girando l’Italia se ne incontravano molti: c’erano i diciottenni al primo voto, spesso portati dai genitori che assicuravano il sostegno alla lista per motivi legati al loro percorso di fede. C’erano giovane coppie che volevano sposarsi interessate e molto all’idea di reddito di maternità. C’erano studenti, studenti lavoratori, lavoratori e basta. Poi c’era Mari Stella, giovane dirigente del Popolo della Famiglia in Abruzzo, neanche ventitré anni e già mamma ma sempre in prima fila a produrre il massimo sforzo per il successo del PdF. Bisogna tornare a far innamorare i giovani e i giovanissimi dell’idea di famiglia, di costruirne presto una loro, in faccia a tutte le difficoltà e a tutti gli inviti alla deresponsabilizzazione che arrivano a questi ragazzi dalla società del consumo e del divertimento ad ogni costo. Mari Stella si diverte come ragazza, si diverte come mamma, si diverte con la figlia e nel divertimento è inclusa una dose massiccia di fatica, di compiti indifferibili da svolgere, di responsabilità. A tutto questo Mari Stella e altre migliaia di ragazze e ragazzi hanno associato anche l’impegno militante per il Popolo della Famiglia. Noi abbiamo un futuro luminoso perché gli sguardi di questi giovani sono luminosi quando parlano della loro esperienza nel PdF. Non so in quale altro movimento politico si incontrano ragazzi con uno sguardo così.

Ripetitori

RIFLESSIONI A MENTE FREDDA.

Passano i giorni ma i 220mila voti pidieffini continuano ad essere pietra dello scandalo. Aldo Cazzullo in un bell’articolo oggi sul Corriere della Sera torna a sottolineare sorpreso questo dato numerico raccolto, scrive, “solo in rete” (volendo intendere, senza un euro, a mani nude) così come a caldo ci aveva definito “la rivelazione di questa tornata elettorale” affibbiandoci un bell’8 in pagella, secondi solo al 9 di Di Maio. A chi aveva addirittura detto che fosse un voto ironico, arriva l’articolo di oggi a chiarire le idee. Chi segue professionalmente da decenni la politica sa che raccogliere alla prima tornata in posizione autonoma e senza copertura mediatica una mole così importante di voti è impresa che in sostanza non ha precedenti nell’area cattolica. I vari tentativi tipo Italia Cristiana o le diverse declinazioni di Nuova Democrazia Cristiana post 1992 si sono sempre attestati molto lontani dalla soglia delle centinaia di migliaia di voti, chi era andato “meglio” era stato il ben più noto di me Giuliano Ferrara nel 2008, ma si era fermato a 130mila voti. Chi scrive di politica e ha memoria storica queste cose le sa e dunque il nostro risultato colpisce.

Non a caso (credo sia un unicum per le vicende che riguardano le “piccole” liste) proprio il numero dei nostri voti è stato utilizzato da molti giornali per alimentare articoli ed editoriali in questi giorni che hanno occupato le prime pagine. Ieri Alessandro Campi sul Messaggero (e poi anche sul Gazzettino e sul Mattino) faceva riflettere i lettori del principale quotidiano della Capitale proprio partendo dall’elencazione puntigliosa dei nostri numeri e del nostro approccio programmatico. Avvenire con Danilo Paolini ha sottolineato stupito come avessimo messo alle nostre spalle la ben più coperta mediaticamente Lista Civica Popolare di Beatrice Lorenzin e i prodiani di Insieme. Il Sole 24 Ore ha citato solo noi come elemento di “resistenza” purtroppo esiguo in una dimensione complessiva di scomparsa del centro politico cattolico in questo paese. Il Giornale, riprendendo alcuni commenti apparsi in rete, ha affermato che i “cattolici” (in realtà sempre i soliti cinque o sei) ci rimproverano per essere stati determinanti per far perdere il centrodestra in alcuni collegi uninominali e alla Regione Lazio. Un signore che farebbe fatica a radunare gli amici per una festa di compleanno ha scritto su La Verità di Maurizio Belpietro (che non arriva alle 20mila copie vendute, forse con un po’ più di rispetto lo leggeremmo anche noi, ma da settimane la sola ossessione di quel quotidiano è scrivere contro il PdF) che i 220mila voti del Popolo della Famiglia rappresentano il fallimento di una “lista civetta del Pd”. Poi ci sono i blog cattolici, da Rosso Porpora a Libertà e Persona (cioè due persone di numero, Rusconi e Agnoli, che ne sono gli autori), che insistono sul dato numerico per affermare che abbiamo la grave colpa di aver fatto perdere al centrodestra alcune sfide e che dunque è dimostrato che io sarei uscito dal Pd con lo straordinario piano di fare la quinta colonna piddina tra i cattolici per frantumare il Family Day al soldo del nemico e ovviamente tutto era frutto di una strategia diabolica studiata a tavolino. Più o meno è la stessa idea ventilata da La Nuova Bussola, però con maggiore stile e anche se Cascioli ha questo astio personale nei miei confronti, negli articoli in particolare di Zambrano ho notato una capacità di analisi sempre malevola ma almeno non sguaiata. Poi Corrispondenza Romana, che mai è stata tenera nei nostri confronti, piazza forse il commento più obiettivo: “Finisce in una sorta di pareggio la prestazione del Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi che al suo debutto elettorale a livello nazionale ottiene lo 0,66% con circa 220.000 voti. Un risultato, di poco al di sotto di quello di Casapound, che appare più che dignitoso tenendo conto del totale oscuramento mediatico subito dal partito di Adinolfi”.

Dunque, torna sempre quella cifra: 220mila. Lo ripeto, non ricordo una così grande mole di articoli dedicata al singolo risultato numerico di una tutto sommato piccola forza. Sono il doppio di quanto ha raccolto Forza Nuova, che grazie ai fatti di Macerata è stata in televisione con Roberto Fiore per tutto il mese di campagna elettorale anche per via dell’orrendo pestaggio subito dal loro dirigente locale palermitano. Il fuoco amico nei nostri confronti, anche se intenso, non si è mai trasformato in fisiche bastonate e almeno di questo dobbiamo ringraziare.

Ora la domanda è: perché? Perché passano i giorni e ancora sembra essere ossessiva l’attenzione nei nostri confronti, nei confronti del nostro risultato? Se fosse stato così trascurabile come qualcuno a caldo ha provato a dire, non saremmo finiti subito nel dimenticatoio con una prece e un fiore sulla tomba? Riflettendo a mente fredda possiamo provare a darci alcune spiegazioni.

Bisogna partire però da una sincera ammissione: i 220mila voti che abbiamo ottenuti sono molti, è vero, ma inferiori alle nostre aspettative. I sondaggi che avevamo in mano ci davano sopra, alcuni molto sopra lo 0.7% che abbiamo poi effettivamente ottenuto. Questo, insieme alla vastissima partecipazione di persone alle nostre iniziative sul territorio, ha alimentato la speranza che potesse esserci addirittura una clamorosa sorpresa finale. Che non c’è stata. Perché? Semplice: perché nessun sondaggista aveva osato immaginare un M5S al 33% e una Lega al 17%. Nessun sondaggista ha mai detto che il Pd sarebbe crollato al 18%. E dunque i sondaggisti, che hanno mancato di cinque o sei punti i risultati delle forze maggiori, hanno mancato anche di uno o due il nostro. Le persone alla fine hanno polarizzato il loro voto su Di Maio e su Salvini. Un illuminante articolo sul voto cattolico pubblicato sul quotidiano La Stampa qualche giorno prima delle elezioni intervistava tra gli altri una coppia che era andata a visitare Sant’Antonio a Padova. I due si dicevano indecisi tra il voto al Popolo della Famiglia e quello al M5S. Sono certo che alla fine abbiano scelto Di Maio, perennemente presente su quotidiani e tv, indicato come possibile concorrente alla vittoria finale. Così come sono certo che molti dei nostri contigui al centrodestra, alla fine hanno scelto il centrodestra, magari per far eleggere Simone Pillon (a cui vanno i miei auguri nel caso sia confermata l’elezione che lui stesso ha annunciato, abbiamo avuto screzi personali, ma se devo scegliere meglio eletto lui che un altro al Senato).

Se riuscissimo a sgombrare il campo dall’inutile derby fratricida tra camarille, quale purtroppo è stato nelle ultime settimane il conflitto pidieffini-antipidieffini (e per la quota di mia responsabilità mi scuso), emergerebbero chiare tre questioni che indicano la strada per rendere più ampio il consenso al Popolo della Famiglia. Prima tra tutte: la questione economica. Il PdF avrebbe preso più voti se avesse avuto più soldi da spendere. Semplice e chiaro. Emma Bonino ha speso dieci milioni di euro per tappezzare tutte le stazioni e comprarsi le paginate sui giornali nei giorni di chiusura di campagna elettorale e ha ottenuto un 2.4%, aiutato anche da una iper-esposizione mediatica. Noi mai avremmo potuto spendere quella cifra, non abbiamo George Soros e i massoni neomalthusiani alle spalle, ma se solo i 220mila votanti fossero 220mila iscritti al Popolo della Famiglia, potremmo fare molto di più. Di qui l’invito che torno a rivolgervi: iscrivetevi al PdF, se ne avete a cuore le sorti, tramite il link www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora dove potete anche abbonarvi al quotidiano La Croce che è l’unico luogo mediatico che ogni giorni offre informazioni sul PdF e la sua elaborazione politica.

Seconda questione: la formazione. Dobbiamo avere un popolo di militanti sempre più politicamente formato, sul campo e “in classe”. Provvederemo al più presto ad avviare un percorso in questo senso. Terza questione: la comunicazione. Dobbiamo imparare a costruire una flusso di informazioni costante capace di interessare il mondo dei media, sfruttando ora la fase post-elettorale affinché questo torni utile poi (in termini di rapporti con la stampa così come in termini di veicolazione di contenuti) nella fase elettorale che, lo ricordo, riparte subito. Proprio ieri ho partecipato alla riunione del coordinamento friulano che sta organizzandosi per le regionali del 29 aprile e lo stesso faremo in Molise. Poi a fine maggio avremo le comunali in moltissime importanti città italiane da Brescia a Catania. Siamo di nuovo in campo e come sempre, sul piano locale, come abbiamo fatto fin dal 2016, siamo anche aperti al dialogo con altre forze politiche alle nostre condizioni e per il nostro vantaggio. Di certo la scelta di aver viaggiato autonomi alle politiche ora moltiplica in maniera determinante la nostra forza al tavolo delle trattative.

Chi ci spiega che dovremmo sic et simpliciter aderire al centrodestra sappia chiaramente una cosa: se partivamo dalla stessa analisi vostra ci evitavamo tutto questa fatica e ci iscrivevamo direttamente a un partito di centrodestra per renderlo più forte. Noi riteniamo necessario e persino fondamentale che esista una presenza autonoma cristianamente ispirata nel panorama politico e per questo abbiamo fondato il Popolo della Famiglia, che non è ascaro di nessuno. Siamo il Popolo della Famiglia, autonomo e indipendente nel giudizio, siamo composta da 220mila italiani che hanno stupito gli analisti politici del Paese e continueremo a farlo con determinazione. Siamo stati decisivi, sì, in più di una situazione ed è esattamente quello che volevamo. Dimostrarci determinanti. Così è stato e ora l’Italia politica sa che con il Popolo della Famiglia occorre fare i conti. Ci andremo a prendere comune per comune quello che ci spetta, costruiremo un reticolato di eletti che si stenderà come una rete su tutto il territorio nazionale e elezione dopo elezione si vedrà con quanta determinazione noi cambieremo l’Italia e la terremo ancorata a quelli che per noi, e solo per noi, sono principi non negoziabili.

Notizie

Pdf dal 4 marzo: la “Vandea” c’è e raccoglie primi segnali dalla Chiesa

Il migliore alleato del Popolo della Famiglia in questo momento sono alcuni liberi osservatori, che stanno dando una lezione di stile e di onestà intellettuale ai tanti, troppi, livorosi “fratelli coltelli”, e politici al tramonto, che schiumano rabbia per il risultato del Pdf. Oscillando tra odio e ironia.

https://www.lospecialegiornale.it/2018/03/08/adinolfi-popolo-della-famiglia-chiesa/amp/