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Formazione Politica

IL DOPO-REFERENDUM ABORTO IN #IRLANDA: LE FORZE IN CAMPO

Con il referendum del 25 maggio scorso è stato purtroppo abrogato, con la vittoria dei “SI”, l’ottavo emendamento
dell’articolo 40 della Costituzione irlandese che, dal 1983, aveva il merito di proteggere il diritto alla vita del bambino
concepito. Abbiamo già fatto notare (cfr. Referendum #Irlanda: dobbiamo parlarne ancora, in “La Croce quotidiano”, 31 maggio 2018, p. 3), che non tutto il male vien per nuocere. Infatti questa rovinosa sconfitta ha finalmente scosso le coscienze di molti (in primis pastori) e, a breve, potrebbe suscitare nuove energie e protagonisti in grado di tentare la possibile riscossa. Anzitutto fra qualcuno di quei 31 deputati e senatori del partito “Fianna Fáil” che, in dissenso col segretario del loro partito, hanno dichiarato il loro voto per il “NO” al referendum e la necessità di una politica chiaramente anti-aborto. Ma anche all’interno dello “Sinn Féin” dove il deputato Peadar Tóibín sta emergendo come nuovo e dinamico leader del Movimento per la vita nazionale. Abbiamo poi parlato nello scorso articolo di Justin Barrett, classe 1971, leader del “National Party” e di Greg Daly, giovane promessa del periodico cattolico Irish Catholic. Integriamo questa lista molto parziale di possibili fautori di una prossima “primavera pro-life” nell’Isola del Trifoglio con lo scrittore, drammaturgo e giornalista (già sposato alla cantante Sinead O’Connor) John Waters, l’editorialista del “Sunday Times e direttore dello “Iona Institute” David Quinn e la columnist dell’Irish Times Breda O’Brien.

Cominciamo con Waters, autore di nove libri e collaboratore per molti anni dell’Irish Times, come editorialista sta denunciando da decenni un processo inesorabile di “crisi costituzionale irlandese”. In passato si è occupato di questioni politicamente scorrette come ad esempio l’oscuramento e la discriminazione della paternità nella società irlandese, in particolare in relazione alla tutela legale del rapporto tra padri e figli, pubblicando anche sul giornale First Things, uno dei più influenti in ambito culturale-cristiano nordamericano, editoriali e articoli di denuncia della lotta della classe dirigente irlandese dei diritti dei bambini non nati. Ha continuato, durante l’ultima
campagna referendaria, a combattere ogni posizione, non di rado espressione anche di certo mondo cattolico ed ecclesiale, che pretende di equiparare la lotta politica per i “principi non negoziabili” al “moralismo” («a tendency has developed, whereby any attempt to express a moral position is dismissed as “moralism”». Questa idea, infatti, fraintende completamente l’insegnamento di Papa Francesco (cfr. “A Diagnosis of Moralosis”, by John Waters, in First Thinghs, 23.4.2018). Non è un caso che Waters abbia già pagato duramente dal mainstream laicista per le sue posizioni sulla famiglia naturale e contro le “nozze gay” quando fu ospitato al Meeting di Rimini nell’agosto del 2013. Allora i grandi media e lobbisti lo accusarono di “omofobia” ma, nonostante ciò, lui non si è fatto intimidire ed è ancora in prima linea.

In queste ultime settimane Waters ha spiegato che la schiacciante vittoria abortista al referendum sull’ottavo emendamento della Costituzione è in certo senso “drogata”. Non corrisponde, infatti, alla realtà dell’opinione del popolo irlandese se, ad esempio, molti dei “SÌ” sono stati indotti con l’influenza esercitata, specie sui più giovani, dalle varie star dello spettacolo e della musica.
Su tutti citando il chitarrista degli U2 “The Edge”, «secondo cui votare SÌ era “la cosa più intelligente da fare”. Questo è a mio parere un abuso del potere della celebrità, che dovrebbe muoversi nella direzione opposta, essere dubbiosa, riluttante, imbarazzata. È invece stata incredibilmente banale e patetica» (cit. in Giulio Meotti, Infelicissima Irlanda, ha sostituito i suoi santi con gli U2. Intervista allo scrittore John Waters, in Il Foglio, 16-17 giugno 2018, p. VII).
Di David Quinn che, in pratica, ha capeggiato il fronte del NO all’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, chi conosce la scena culturale e giornalistica irlandese avrà già abbondantemente sentito parlare. È stato infatti il più attivo difensore del diritto naturale e della famiglia nel 2015 in occasione della consultazione popolare sui “matrimoni” tra omosessuali.
Dirige lo “Iona Institute”, un’organizzazione non governativa con sede a Dublino e che si sta attivando sempre più nell’ambito della battaglia in favore della famiglia e del diritto alla vita di ogni bambino, così come di quello di conoscere i propri genitori e di essere cresciuto da un padre e da una madre.
Anche Breda O’Brien è una vecchia conoscenza delle battaglie prolife e profamily in Irlanda. Durante la campagna referendaria del 2015, aveva colto nel segno con i suoi reportage sull’organizzazione Lgbt irlandese GLEN (Gay and Lesbian Equality Network), una vera e propria lobby finanziata e mobilitata dall’estero per promuovere la modifica delle politiche legislative in senso antivita e omosessualista, debitrice fra il 2005 e il 2011 della bellezza di 4.727.860 dollari americani con i quali «ha avuto accesso» a ben 40 politici nazionali, senza aver cura «nemmeno di nascondere il suo piano d’azione, squadernato in quattro semplici punti nel documento intitolato “Catalizzare la parità”». Dopo l’esito del referendum del 25 maggio Breda non si è arresa, firmando un editoriale di fuoco sull’Irish Times, dal titolo molto eloquente: “Il movimento anti-abortista non mollerà e non sparirà” (cfr. Breda O’Brien, Abortion movement has not given up and will not disappear, in The Irish Times, May 28, 2018).
In Irlanda insomma c’è ancora un cuore pro vita che pulsa e che non si arrende davanti alla sconfitta al referendum. Il movimento anti-abortista sta già raccogliendo decine di migliaia di firme contro la probabile e prossima legge che introdurrà, sulla base dell’esito delle urne, l’aborto libero e a richiesta fino a 6 mesi. E poi ha intentato delle azioni legali contro il risultato della consultazione perché secondo loro i conti non tornano. Un numero considerevole di persone, infatti, sono state escluse dalle liste elettorali (e dal voto) in modo del tutto indebito o per lo meno da chiarire. Tano più che fra queste persone ci sono centinaia di religiosi e religiose che vivono in diversi conventi e monasteri dell’Isola, nonché in case di riposo e di cura per anziani. Tutti elettori, guarda caso, che si sarebbero molto probabilmente espressi in favore del diritto alla vita dei bambini.
Altra buona notizia, una volta tanto, è arrivata da Londra, che ha escluso d’imporre d’autorità la liberalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord, dopo il risultato del referendum.
«Londra ha il dovere di rispettare il decentramento e la competenza attribuita in tema di aborto al parlamento di Belfast», ha detto Karen Bradley, ministro per l’Irlanda del Nord nel governo May. Nei giorni scorsi, infatti, diverse deputate di Westminster avevano provato a chiedere la rimozione delle restrizioni anti- aborto in Irlanda del Nord, non riuscendoci però, grazie a Dio, almeno per ora.

Intanto si avvicina la visita del Santo Padre a Dublino, con il programma appena ufficializzato che vedrà la Santa Messa celebrata da Papa Francesco al Phoenix Park nel pomeriggio di domenica 26 agosto. Oltre che in questo, il vero e proprio momento culminante del viaggio apostolico organizzato in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie, il filo conduttore della visita di Bergoglio, la famiglia come “santuario della vita”, sarà tessuto e non mancherà di influenzare e rivitalizzare i fedeli e gli attivisti prolife irlandesi che affolleranno sia la “St. Mary’s Pro-Cathedral” sia il “Croke Park Stadium”, quest’ultima sede ove il Pontefice parteciperà a uno degli eventi conclusivi dell’incontro mondiale, la Festa delle famiglie. La festa della famiglia diventerà, lo confidiamo davvero, la battuta decisiva di una riscossa nella battaglia in difesa della vita umana innocente in Irlanda. Cominciando a fare chiarezza sull’esito del referendum e sulla nuova legge che il governo dovrà, a breve, varare.

Fonte: Giuseppe Brienza, Irlanda: le forze attualmente in campo dopo il #referendum, in La Croce quotidiano, 19 giugno 2018, p. 3.

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IL BOOM DELLE “CANNE LIGHT” IN ITALIA

Maurizio Martina, attuale “segretario reggente” del Pd, ha recentemente affermato che, «all’opposizione lavoreremo per i più deboli». Al Governo del Paese non sembra però che l’abbia fatto granché! Ricordiamo solo un caso. Da ministro dell’agricoltura, infatti, l’esponente della sinistra renziana (Martina è stato Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali del Governo Renzi dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016) ha promosso la legge che ha permesso il fenomeno, ben poco “popolare” a dire il vero, della vendita sul mercato di varie tipologie di prodotti “Cannabis Light”. Prodotti cioè a base di cannabis con un tenore di THC e CBD (i principi attivi della droga, quest’ultimo acronimo di cannabidiolo) inferiori a determinati livelli stabiliti dal ministero della salute (attualmente lo 0,6 per cento). Stiamo parlando del “meraviglioso mondo” della “Cannabis Light”, detta anche chiamata “Cannabis Sativa L.”, la cui esposizione è ormai sotto gli occhi di tutti nelle tabaccherie, nelle edicole e nei negozi “in franchising”. A Roma ne siamo pieni di questi “punti vendita” (Cannabis Shop). Le relative lobbies ringraziano, naturalmente, il ministro Martina (in primis “Easyjoint”, azienda che con 450 punti vendita ha conquistato l’85 per cento del mercato in Italia), meno i poveri e, lasciatecelo dire, le famiglie italiane…

Martina, il ministro “dei più deboli”, è stato il proponente della legge n. 242/2016, recante “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” che, entrata in vigore il 14 gennaio 2017, è stata promulgata il 2 dicembre 2016 a soli 4 giorni dal “commiato finale” dell’esecutivo guidato dal fenomeno di Rignano! Naturalmente l’iniziativa sull’apposita legge popolare per la legalizzazione della cannabis che ha dato il “La” alla normativa fatta approvare da Martina, è stata appannaggio dell’immancabile Associazione Luca Coscioni e di Radicali Italiani, con l’appoggio di «decine di consiglieri comunali di Sinistra Italiana e anche del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico nonché di liste civiche e indipendenti», come informano sul sito legalizziamo.it.

La legge 242 è stato l’ultimo regalo agli Italiani da parte del governo Renzi, con l’appoggio, ricordiamolo, anche dai vari esponenti “cattolici” dell’Ncd… Il Ministro della salute “cattolico” Beatrice Lorenzin ha stabilito infatti il limite del principio attivo THC e, così, ora abbiamo con la benedizione dello Stato la “cannabis light”, che avvia i giovani all’edificante “cultura dello sballo”. Ma la Cannabis Light è posta in vendita solo per i maggiorenni e a basso dosaggio, ci rassicurano le anime belle. Come testimoniano anche amici che devono vendere questi “prodotti” nelle loro tabaccherie, non è difficile trovare maggiorenni compiacenti che, acquistato il prodotto “Cannabis Light”, lo cede non appena uscito dal negozio ad adolescenti o post-adolescenti depressi, senza valori, disadattati o già stanchi della vita.

Visto che viene usata come palliativo medico le lobbies sono riuscite a far passare la cannabis come “cura” e, ormai, sui grandi media, la si associa ad un qualcosa di “innocuo” e che, anzi, può fare del bene. Ma gli studi medici confermano che è una droga vera e propria che, pertanto, non può che danneggiare i neuroni dei ragazzi, soprattutto di quelli, come adolescenti e post-adolescenti, che sono ancora in fase di sviluppo neuronale.

A chi ancora non lo sapesse, quindi, comunichiamo che da un anno e mezzo a questa parte possiamo trovare in libera vendita a maggiorenni “prodotti” a base di cannabis come “Super Cheese”, confezione da 5gr., «al sapore di formaggio, dai terpeni naturali della pianta, esperienza unica, inconfondibile aroma deciso e intenso, con CBD < 10% – THC < 0,2%, € 42,50» (fonte: www.cannabislightitalia.com). Oppure “Sweet Devil”, confezione in questo caso più piccola (2gr.) e, quindi, più a buon mercato (€ 22) ma, sicuramente, non alla portata dei “più deboli”.

Tutti questi sono “prodotti” che, ci assicura la federazione “Cannabis light Italia”, non sono di tipo «alimentare o medico/terapeutico», bensì «ad uso tecnico». Ecchevordì? Vuol dire che sono prodotti, come dire, “da collezione” e, quindi, se pure dovessero superare il dosaggio di cannabidiolo o THC non sono sequestrabili. Noi Italiani siamo Paese di avvocati, lo sappiamo! Questi accorgimenti sono stati resi necessari perché, in un Paese da questo punto di vista più serio come la Svizzera, le autorità federali dopo una prima “legalizzazione” della cannabis light hanno fatto subito marcia indietro. Il passaggio successivo alla cannabis, infatti, è la marijuana a basso tenore di THC e, come ha chiarito ad esempio di recente la polizia cantonale ticinese (febbraio 2017), l’una e l’altra si possono vendere, coltivare e consumare in Svizzera, ma solo a certe condizioni. La vendita anche nel Paese elvetico è limitata solo ai maggiorenni ma, per la sua coltivazione, serve un’autorizzazione o una notifica delle autorità. La polizia ricorda in particolare che se si tratta di cannabis destinata a essere fumata, vanno rispettate anche altre normative federali. La cannabis, insomma, in Svizzera è sempre ritenuta uno stupefacente e resta il divieto di coltivazione, vendita e consumo, nel caso in cui vi sia un alto tenore di THC. Nell’eventualità di contestazioni sul contenuto di principio attivo si attua una procedura ordinaria che prevede un verbale d’interrogatorio, il sequestro della sostanza e un rapporto al Ministero pubblico o al giudice dei minori. Una volta analizzata la cannabis, se il THC supera l’1% è considerata una droga e il consumatore sarà sanzionato in base alla Legge federale sugli stupefacenti (cfr. il Comunicato stampa della Polizia cantonale del Canton Ticino, del 5 febbraio 2017).

Invece da noi dall’approvazione della “legge Martina” invece di fare marcia indietro si è verificato un vero boom commerciale della Cannabis light, liquidata dai consumatori come “cannamilla” (cioè tipo camomilla e, infatti, l’obiettivo è solo d’iniziare a far abituare i giovani, ai quali sarà poi offerta roba ben più forte…). Leggiamo così in uno dei vari siti “anti-proibizionisti”: «OK va bene la cannamilla… ehm.. cannabis light. Ma… quando la legalizziamo quella vera?» (v. https://fotocannabisti.wordpress.com/)

Questo mercato ha letteralmente travolto l’Italia negli ultimi 18 mesi, entrando prepotentemente nella vita di tutti i giorni, occupando scaffali dei “canapa shop”, negozi dedicati alla canapa che ora, hanno incentrato il proprio business sui fiori di canapa industriale, più che su creme, saponi ed altri prodotti cosmetici o alimentari. Ma ora che il mercato si sta allargando ed i “Canapa Shop” continuano ad aprire nelle principali città italiane, stanno anche aumentando i sequestri di Cannabis Light da parte della Guardia di finanza, che registrano “prodotti” con percentuali di THC/CBD superiori a quelli previsti dalla legge. Esito scontato, in un Paese “di Pulcinella” come il nostro. Ma esito del quale la politica non ha preso atto, mettendo così in difficoltà i commercianti che, spesso a loro insaputa, si trasformano in spacciatori, con una denuncia appunto per spaccio di sostanze stupefacenti a proprio carico. A chi giova la cannabis light legale?

Facciamo il caso di Vieste, dove sono state recentemente confiscate 19 confezioni di Cannabis Light e, il proprietario, è stato denunciato per spaccio di sostanza stupefacente dai ligi finanzieri perché, nonostante il proprietario del negozio abbia mostrato le dichiarazioni di conformità del “prodotto”, hanno proceduto comunque a riscontro che ha indotto al sequestro della sostanza.

La Cannabis Light, quindi, può essere sottoposta a sequestro, come ha chiarito la Polizia scientifica e, più precisamente, il “Direttore tecnico-chimico” Anna Maria Caputo: «La legge 242 del 2016, non riguarda la legalizzazione della cannabis ma promuove la coltivazione della canapa industriale ed è rivolta solo agli agricoltori. La canapa legale fa riferimento a questa legge ma questa non è quella a cui fa riferimento la polizia quando deve analizzare sostanze stupefacenti». Siamo quindi davanti all’ennesimo pastrocchio compiuto dalla XVII legislatura, operato esclusivamente per “pagare prezzo” a qualche lobby…

Un altro esempio di sequestro è Cassino, dove la polizia ha sequestrato un chilo di “erba” di dubbia provenienza ed è stato così denunciato per spaccio di sostanze stupefacenti, non essendo stato in grado di presentare le certificazioni per dimostrare l’origine lecita della sostanza presente nel negozio. La polizia ha contestato anche il fatto che il commerciante abbia immesso sul mercato un prodotto proveniente dall’estero, ma senza essere in grado di indicarne le varietà di origine della canapa commercializzata.

Questi e gli altri sequestri, assicurano però gli esercenti, «non mettono a rischio il mercato, lo andranno invece a pulire da chi ha abusato di questo clamore mediatico portando in Italia prodotti che non possono essere commercializzati» (www.canapiamo.net). Mah!

Dal rapper milanese J-Ax a Milano per arrivare fino al “J-Ax del Molise” a Campobasso, dalla cannabis si è passati subito a fare affari (come ampiamente previsto) anche con la “marijuana legale”, con un principio attivo cioè teoricamente più basso dello 0,6%. Tutte “foglie di fico” perché, come sanno anche i bambini, l’assuefazione è dietro l’angolo e, nonostante si consumino “prodotti” con percentuale di THC inferiori a quelli previsti dalla legge, facilmente si potrebbero causare incidenti alla guida di automobili o due ruote e, oltretutto, risultare positivi ai test antidroga.

La Cannabis Light, spergiurano i venditori, l’acquistano i ragazzi con un’età media intorno ai 27 anni, ma la domanda è, come detto, chi la consuma davvero? A chi la comprano la “cannamilla” questi fratelli maggiori, cugini, amici compiacenti?

All’Unipol Arena di Bologna è appena terminata persino la “fiera di settore” della Cannabis Light, con la denominazione esoterica di “IndicaSativa Trade”. Come si diffonde il Cannabusiness nell’indifferenza dei politici (e della gran parte dei genitori) italiani… I poveri Falcone e Borsellino si stanno rivoltando nella tomba.

Fonte: Giuseppe Brienza, Il boom delle “Canne Light” in Italia, in “La Croce quotidiano”, 12 giugno 2018, p. 6

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LA DIFESA DELLA VITA NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

“La centralità della vita nella Dottrina sociale della Chiesa” è il tema della puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, che andrà in onda su Radio Mater martedì 12 giugno (ore 17.30-18.30). Avrò il piacere di dialogare con Marina Casini Bandini, 52 anni, nuovo presidente del Movimento per la Vita Italiano (MpV), che succede a Gian Luigi Gigli e, prima ancora, al padre Carlo Casini, co-fondatore a Firenze del MpV nel 1975.

La prof.ssa Casini, in famiglia e da studiosa (è titolare della cattedra di Bioetica nella Facoltà di Medicina e chirurgia dell’università “Agostino Gemelli” di Roma), vive da anni le battaglie civili, politiche e culturali organizzate nel nostro Paese in favore della vita umana innocente, dal concepimento alla morte naturale. Aveva soltanto 12 anni quando, il 22 maggio del 1978, fu legalizzato l’aborto in Italia con la famigerata legge 194 e, dopo un lungo periodo d’insegnamento universitario, si mette ora in gioco inaugurando un periodo di rinnovata azione prolife del MpV. Confidiamo che una delle prime dichiarazioni che ha rilasciato da presidente del MpV (è il testo di una recente intervista al settimanale Famiglia Cristiana), vale a dire «A mio parere la 194 non ha nulla di buono. È un testo completamente iniquo», divenga in questo senso una delle direttive principali d’azione del MpV.

Dal punto di vista strettamente razionale, in effetti, oltre che da quello religioso, morale, giuridico e filosofico, la c.d. interruzione volontaria di gravidanza non ha motivo di esistere, essendo inaccettabile da parte di un ordinamento politico fondato sulla dignità umana, la violazione unilaterale e “legalizzata” del diritto alla vita di chicchesia, sia pure vivento allo stato del concepimento.

Durante la puntata si parlerà anche dell’incompatibilità della legge sul “testamento biologico”, approvata alla fine della scorsa legislatura (14 dicembre 2017), con la Dottrina sociale della Chiesa. Una normativa, questa, che, spezzando definitivamente il “rapporto d’alleanza” e di fiducia fra medico e paziente, ha introdotto quelle “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat) che costituiscono ad avviso di molti un’anticamera dell’eutanasia.

Nel corso della trasmissione sarà anche possibile rivolgere domande oppure proporre interventi telefonando al numero 031/64.60.00 o scrivendo una mail a diretta@radiomater.org (per le frequenze di Radio Mater si consulti il sito: www.radiomater.org).

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CATTOLICI E “ANNI DI PIOMBO”

Gran parte dei vecchi leader BR, di Prima Linea, dei variegati gruppi della sinistra eversiva, di Autonomia è ormai libera. Saldati i conti con la giustizia, resta ora di rendere onore al passato, e ricordare quei tanti, soprattutto cattolici, che seppero andare in anni difficili contro i falsi miti del Progresso”. L’invito di Mario Adinolfi, pubblicato in appendice al saggio Cattolici e anni di piombodi Giuseppe Brienza, edito da Solfanelli, può essere un viatico originale, in occasione del quarantesimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Al di là delle rievocazioni ufficiali, del detto e non detto di quella tragica vicenda, una questione importante, su cui varrebbe la pena aprire una serie riflessione, riguarda i “cattivi maestri” che orientarono ideologicamente prima la contestazione giovanile e poi la lotta armata, ma anche quanti a certe derive culturali si opposero, in alcuni casi pagando con la vita o con gravi lesioni personali la propria coerenza. In molti casi subendo l’ostracismo dei mass-media, della cultura “egemone”, ormai trasformatasi, dopo essere stata “cultura della resa”, in sistema di potere.

Vale la pena ricordare le iniziative, a partire dal 1973, del Cidas (Centro Italiano Documentazione Azione Studi) finalizzate a collegare le differenti correnti di pensiero non marxista ed il “Manifesto per la libertà”, indirizzato agli elettori, in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, da una coraggiosa pattuglia di intellettuali liberaldemocratici e di tradizione cristiana. Né vanno dimenticate figure eminenti di intellettuali che, con il loro pensiero, segnarono passaggi importanti, nella storia culturale degli Anni Settanta: da Gianfranco Miglio, politologo dell’Università Cattolica di Milano, studioso del decisionismo-conservatore di Carl Schmitt, ad Augusto Del Noce, attento analista del processo di secolarizzazione e del “suicidio della rivoluzione”.

Che cosa mancò allora? L’impegno del “partito dei cattolici”. E’ storia nota. Alla strategia gramsciana, sviluppata dal Pci, a partire dagli Anni Cinquanta, la Democrazia Cristiana non seppe opporre un’analoga ed organica azione di risposta/proposta culturale. Alle maggioranze elettorali centriste mancarono, dopo il 18 aprile 1948, organiche strategie metapolitiche. I riferimenti alla Dottrina Sociale della Chiesa vennero gradualmente messi da parte. In molti casi si arrivò all’assimilazione culturale in un melting pot, che – per dirla con Del Noce – giunse a mettere insieme i vari materialismi in corso: “lo psicanalitico, lo strutturalistico, il positivistico, subordinandoli però al marxistico, e magari servendosi anche di teologi – e neppure questi mancano – che parleranno di un ‘materialismo cristiano’”.

A prevalere fu il compromesso ideologico, premessa necessaria a quello politico. In quel contesto la responsabilità di larga parte del mondo culturale cattolico rispetto a quello che avvenne in Italia, tra ’68 ed “anni di piombo”, fu certamente indiretta, ma non per questo meno grave.

Ci volle il trauma provocato dalla morte di Aldo Moro per fare ritrovare il bandolo di una matassa culturale perduta. Ma intanto l’assenza dei “chierici” aveva provocato quella stagione di morti fisiche e spirituali da cui ci volle un decennio per uscire, lasciando peraltro una serie di rovine spirituali con cui dobbiamo ancora fare i conti. Nel ricordo delle vittime di quegli anni, ancora oggi l’individuazione delle responsabilità culturali e politiche è essenziale per una battaglia di verità in gran parte ancora da fare.

Fonte: Mario Bozzi Sentieri, Moro e i chierici assenti, in “Totalita.it”, 9 maggio 2018

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EDUCARE AI TEMPI DEL RELATIVISMO

“Tante verità, nessuna Verità”, ricordava il grande Luigi Pirandello (1867-1936). Con questa affermazione prende vita il relativismo come oggi lo conosciamo, la diffusione del quale, in particolare quello etico, implica che si possono sempre porre sullo stesso piano diverse posizioni ideali, nessuna delle quali è considerata essere più “vera” di un’altra. Forse, proprio per questo, spesso si sente dire che, educare oggigiorno, risulta essere un compito piuttosto complesso…

Nella difficile missione di crescere ed educare i figli, vi è lo spinoso riscontro con la “verità”, verità molto spesso “relativizzata” rispetto a quello che può essere il rapporto tra educazione e sofferenza, educazione ed esperienza del dolore.

Nella mentalità diffusa, la sofferenza – fisica o morale – è quell’aspetto oscuro della vita che è meglio mettere tra parentesi e da cui, in ogni caso, bisogna preservare il più possibile le giovani generazioni.

La sofferenza, purtroppo, fa parte della realtà e della verità della nostra vita. Cercando di tenere i più giovani al “riparo” da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, al di là delle nostre intenzioni, persone fragili, poco realiste e poco generose: la capacità di amare e di donarsi corrisponde infatti alla capacità di soffrire e, di soffrire insieme.

Per essere completa ed adeguata, o meglio, pienamente umana, l’educazione deve piuttosto cercare di non lasciare senza risposta gli interrogativi che la sofferenza, soprattutto la sofferenza innocente e, alla fine, la morte stessa, pongono alla nostra coscienza… “Educare alla verità”, dunque, è un compito quanto mai necessario nella società di oggi. Se ne parlerà nella conferenza che, venerdì 25 maggio, il Popolo della Famiglia-Roma ha organizzato invitando Stefano Bataloni, padre di famiglia e co-autore assieme alla moglie Anna Mazzitelli, del libro “Con la maglietta a rovescio. Storia di Filippo Bataloni” (Edizioni “La Porziuncola”, Assisi 2018, pp. 144, € 13). Al terzo degli “Incontri di cultura politica” del PdF verrà a parlarci del “perché” diciamo NO al relativismo etico nell’educazione dei figli e delle giovani generazioni, dai media alle scuole all’università. Nel blog che cura assieme alla moglie “Piovono miracoli” (https://piovonomiracoli.wordpress.com/), Bataloni si confronta da anni con i temi e con le sfide dell’educare oggi alla verità, innanzitutto nella vita di famiglia ma anche in quella civica e persino sui social network, un mondo che ormai ha assunto un ruolo predominante nelle giornate e nell’orizzonte ideale dei nostri figli. Durante l’incontro, che sarà presentato e moderato da Anna Zurlo (Popolo della Famiglia-Roma), sarà anche esposto un banco libri.

Appuntamento quindi al 25 maggio, alle ore 19, nella sala meeting del locale “Mirage Food & Drink”, in via Alessio Baldovinetti 98 (quartiere Roma-Eur). Per ulteriori informazioni si può scrivere una mail a: deodatisara.pdf@gmail.com.

Comunicati Stampa

Presentazione dei candidati piemontesi alla città

Domenica 28 gennaio, alle ore 10.00, a Torino, presso la sala di Via Celeste Negarville 30/2A (zona Mirafiori), Mirko De Carli, coordinatore per l’Italia settentrionale dei circoli territoriali del Popolo della Famiglia, terrà una conferenza stampa di presentazione, ai cittadini ed alla stampa, dei candidati piemontesi del PdF alle prossime lezioni politiche del marzo 2018.
Contestualmente verrà anche presentato il programma elettorale di questo nuovo soggetto politico (il PdF, appunto), fondato in seguito ai Family Day 2015 e 2016 da Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo, programma che, in breve, prevede la difesa dei valori non negoziabili, quali il diritto universale a nascere; il primato della famiglia ad esercitare il suo ruolo insostituibile nell’educazione dei figli; il diritto di ogni bambino ad avere una mamma ed un papà; la difesa dei neonati che non possono essere oggetto di compravendita attraverso la pratica della maternità surrogata; e poi il reddito di maternità di 1000 euro mensili a quelle mamme che decideranno di dedicarsi alla cura dei figli, la riforma del quoziente familiare nella tassazione; e ancora l’opposizione alle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), che prevedono la cessazione di nutrizione e idratazione per gli anziani che abbiano preventivamente richiesto la sospensione delle cure (anche se queste due pratiche non possono essere considerate come trattamenti medici né quindi essere sospendibili, come invece la legislazione vigente legittima: esiste già la terapia antalgica per accompagnare il malato terminale senza sofferenze inutili); il diritto delle persone a non emigrare, mediante accordi con i paesi di origine, e opposizione allo jus soli.

Circolo Territoriale del PdF-Piemonte
Circoli PdF-Torino-Maria Ausiliatrice e Torino 1-andare oltre

 

Comunicati Stampa

Fecondazione eterologa, una deriva da contrastare

Le recenti dichiarazioni dell’assessore regionale alla Sanità, Antonio Saitta, costituiscono una pericolosa accelerata nell’agenda della giunta regionale per l’introduzione della fecondazione eterologa in Piemonte.

I perché del no.
Apprendiamo con preoccupazione che la giunta regionale del Piemonte sta preparando un provvedimento normativo al fine di definire e regolare l’approvvigionamento di gameti utilizzati per la fecondazione eterologa: lo si apprende dalla risposta che ha dato l’assessore Saitta ad una specifica interrogazione presentata in Consiglio regionale negli scorsi giorni.

Sebbene non si tratti di una novità – in quanto già da aprile 2014 – la Giunta regionale, a guida PD, ha recepito l’accordo inter-regionale in merito alla fecondazione eterologa, avvenuta a seguito della sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014, occorre ricordare che la strada intrapresa è foriera di grandi distorsioni e sofferenze per i figli nati in provetta, e rappresenta quindi una soluzione che reca più danni che benefici.

Come ricorda il prof. Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano in un articolo apparso sul Sole24Ore, la fecondazione eterologa spezza la genitorialità biologica da quella sociale, divenendo spesso una forma di maternità surrogata sotto mentite spoglie.

Negli USA, Alana Stewart, nata da fecondazione eterologa – pratica da lei definita “l’atto violento di comprare e vendere un figlio” – ha dato voce a tutte le vittime di questa violenza attraverso il sito internet “Anonymous Us”, che raccoglie le testimonianze drammatiche di tanti “figli in provetta”.
La ricerca dei genitori biologici ha segnato profondamente la vita di queste persone, che hanno manifestato notevoli disagi sul piano psicologico e sociale.

Forzare la natura per superarne i limiti non è mai una decisione saggia: nella fattispecie la politica dovrebbe semplificare e favorire il ricorso all’adozione, che invece spesso rappresenta un labirinto senza uscita. In questo modo si incentiva la coesione sociale, mentre la fecondazione eterologa, volendo aggirare un limite di natura, rischia di alimentare l’egoismo del desiderio trasformato in diritto.

 

Fabrizio Clari – Maurizio Schininà

Il Popolo della Famiglia – coordinamento dei Circoli regione Piemonte

pdfpiemonte@gmail.com   t

Tel. 371 3350556

Facebook: Popolo della Famiglia – Piemonte https://facebook.com/popolo della famiglia/

 

Comunicati Stampa

Comunicato stampa

Le affermazioni del sindaco Chiara Appendino, che si dice pronta a “forzare” il sistema legislativo per riconoscere legalmente “nuove famiglie”, risultano prive di ogni fondamento razionale, e sono pertanto “irricevibili”.

 La famiglia, per sua natura, fugge ogni “riduzionismo” culturale. Essa non è prodotto della convenzione sociale, tanto da poter assumere contenuti diversi a seconda delle epoche, della cultura o della maggioranza.
 La famiglia non è nemmeno prodotto della “cultura cristiana”, sebbene questa abbia illuminato – e illumini – la realtà della famiglia naturale.
La famiglia è infatti presupposto essenziale della società e del suo sviluppo; in essa vivono la natura e le finalità del matrimonio tra un uomo e una donna, e la dignità della persona umana contro ogni discriminazione sessuale, sociale ed efficientista.
 La famiglia è una realtà unica, “riconosciuta” (e non creata!) dall’art. 29 della nostra Costituzione come “società naturale”. Per “naturale” la nostra Costituzione intende la precedenza dell’istituto familiare sullo stesso diritto positivo e quindi su ogni possibile dibattito culturale e politico.
Ogni riflessione culturale trova nella famiglia l’imprescindibile riferimento per discernere cosa è e cosa non è “famiglia”.
La genitorialità nei confronti del bambino, che le anagrafi comunali sono chiamate a registrare, non rappresenta un “ruolo sociale” inventato e conferito dallo Stato, né rappresenta un’aspirazione individuale dettata dal desiderio dei singoli, ma un “dato di fatto” determinato dalla natura: è genitore chi, potendo generare, ha generato.
L’intenzione di voler “forzare” l’impianto legislativo è gravissima e rivela il volto anti-democratico del M5S e la sua familiarità con i metodi radicali. Non sfugge, infine, come registrare legalmente come “famiglia” due donne o due uomini con un bambino, rappresenti una grave apertura all’abominevole pratica, che è reato, dell’utero in affitto, oltre che alla fecondazione eterologa indiscriminata. In questo modo si condannano i nascituri ad essere oggetto del desiderio degli adulti: siamo alla codificazione dell’uomo.
 Il Popolo della Famiglia ribadisce con forza l’unicità della famiglia, fondata sul matrimonio naturale, e il diritto di ogni bambino ad avere un papà e una mamma, e richiama tutti all’uso normale della ragione, perché “sbagliato è sbagliato”.
Formazione Politica

“INCONTRI DI CULTURA POLITICA”: SI PARLA DI ABORTO

Il Popolo della Famiglia rende omaggio a tutti i volontari e alle volontarie dei Centri e Servizi di aiuto alla vita d’Italia dedicando il prossimo degli “Incontri di cultura politica” al tema prolife per eccellenza.

Dopo l’interessante conferenza di Giulio Saraceni su Walter Tobagi (1947-1980), il prossimo appuntamento con il Popolo della Famiglia-Roma sarà venerdì 4 maggio, alle ore 19, sempre al “Mirage Food & Drink” (via Alessio Baldovinetti 98 – quartiere EUR). Di “Aborto. Perchè no” parlerà il prof. Giuseppe Focone, dirigente del PdF e consigliere del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) di Napoli. Presenta Anna Cavallo.

L’incontro è stato pensato anche in previsione dell’ottava edizione della Marcia Nazionale per la Vita, che si terrà a Roma sabato 19 maggio, con partenza alle ore 15 (il ritrovo è in Piazza della Repubblica – vicino alla Stazione Termini – alle ore 14:30). Tutti i militanti prolife uniti, motivati e compatti in piazza per dire il nostro SI ALLA VITA, e NO ALL’ABORTO! Per ulteriori informazioni: http://www.marciaperlavita.it.