Formazione Politica

LA SANTIFICAZIONE DEL LAVORO

Gli insegnamenti di san Josemaría Escrivá (1902-1975) sulla santificazione del lavoro: questo sarà l’argomento della prossima puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa“, la trasmissione condotta ogni mese dal giornalista e saggista Giuseppe Brienza su Radio Mater (per ascoltare in streaming o per trovare le frequenze nazionali dell’emittente si può consultare il sito: www.radiomater.org). In occasione del 90° anniversario della fondazione dell’Opus Dei, saranno presentati alcuni testi del sacerdote spagnolo che il 2 ottobre 1928, a Madrid, “vide” l’Opera, insegnamenti considerati un patrimonio inestimabile della Chiesa che porta a compimento la sua missione evangelizzatrice all’alba del terzo millennio cristiano.

Sebbene il tema del lavoro sia stato trascurato per secoli dalla teologia cattolica, la stima per le attività lavorative emerge fin dall’Antico Testamento, dove viene disapprovato l’ozio senza però fare del lavoro il fine ultimo dell’uomo. È l’Incarnazione del Figlio di Dio a costituire il grande avvenimento che illumina la visione della santificazione del lavoro. Il Dio fatto uomo dedica infatti la maggior parte della sua vita terrena a lavorare, una verità che nel Concilio Vaticano II è compresa appieno contestualmente al messaggio della chiamata universale alla santità e, con il rilevante apporto degli apostolati dell’Opus Dei, il pensiero cristiano del nostro tempo ha ormai riscoprendo in tutta la sua pienezza proiettandola sulla realtà attuale. Nel Nuovo Testamento, in definitiva, è lo stesso Figlio di Dio fattosi uomo a lavorare, prolungando l’opera della Creazione realizzata «per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). Ciò manifesta la grandezza del lavoro e dell’adempimento dei doveri ordinari del cristiano nei piani di Dio: lavorare è qualcosa di divino, una attività conforme alla dignità del Figlio di Dio. Naturalmente si parla di attività che sono indipendenti teoricamente dalla circostanza di essere retribuite, dal mercato o meno (v. l’esempio più comune riguardante la missione delle madri o delle c.d. “casalinghe”).

L’appuntamento con il tema “La santificazione del lavoro” è dunque per martedì 9 ottobre, dalle ore 17.30 alle 18.30. Per intervenire in diretta durante la trasmissione con domande od osservazioni si può chiamare il numero della redazione di Radio Mater 031/64.60.00, inviare una mail a diretta@radiomater.org oppure scrivere un sms o messaggio Whatsapp al cellulare 331/791.45.23.

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MUSICA & #FEDE CON PIERO CHIAPPANO

Domani pomeriggio su Radio Mater si parla di “Cristianesimo in musica”

Il chitarrista e cantautore di Rock cristiano Piero Chiappano sarà ospite domani, 11 settembre, della trasmissione condotta su Radio Mater da Giuseppe Brienza “Temi di Dottrina sociale della Chiesa” (ore 17.30-18.30). Partendo dal rapporto fra canto e liturgia, la puntata intitolata “Musica e Fede” illustrerà il tema del “dialogo” fra musica e spiritualità in termini culturali e antropologici, passando in rassegna alcuni artisti, italiani ed internazionali, che offrono oggi un esempio positivo e fecondo di “Cristianesimo in musica”. Finale a sorpresa con la presentazione di un testo di San Giovanni Paolo II che, parlando di musica e Fede, si diffonde sull’arte e sui testi di Bob Dylan.

Per ascoltare in streaming o cercare le frequenze nazionali FM di Radio Mater si può consultare il sito www.radiomater.org.

Per telefonare e intervenire in diretta nella seconda parte della trasmissione si può chiamare il numero 031/64.60.00 oppure scrivere una mail a: diretta@radiomater.org. A domani e buon ascolto!

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SCUOLA E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

L’intervento di Giuseppe Brienza nell’ultima puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”. L’argomento trattato è l’importanza, per ogni cristiano e per ogni genitore, dell’educazione e della scuola in armonia con le proprie convinzioni e con il “progetto educativo” della famiglia

 

Il tempo estivo, “intermedio” tra il giusto riposo di studenti, genitori e insegnanti e la programmazione del nuovo anno scolastico pare il momento giusto per ri-pensare cosa rappresenti per ogni cristiano l’educazione e la scuola e quanto il sistema educativo sia importante, non solo per la formazione umana della persona, ma anche per quella religiosa e per il bene comune dell’intera società. Un tema cui la Dottrina sociale della Chiesa continua a dedicare attenzione e insegnamenti, ai quali Papa Francesco contribuisce direttamente sia con il suo Magistero sia con i richiami a quello precedente e, in particolare, al Concilio Vaticano II.

Possiamo sintetizzare l’insegnamento della Chiesa sull’educazione, in prima generale approssimazione, ricorrendo ai due seguenti principi ribaditi appunto dall’ultimo Concilio:

– la famiglia è la prima scuola di vita cristiana e “una scuola di umanità più ricca” (Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 52);

– i genitori sono i primi e principali educatori dei loro figli (Dichiarazione sull’educazione cristiana, Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, n. 3).

 

COSA INSEGNA IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) trae questa conseguenza dai due fondamentali principi della Dottrina sociale della Chiesa prima detti (ovvero famiglia “prima scuola” umana e cristiana e genitori principali educatori dei figli): «i genitori hanno il diritto di scegliere per loro una scuola rispondente alle proprie convinzioni» (n. 2229). Sembra ovvio ma, anche in Italia, questo diritto-dovere dei padri e delle madri è contraddetto in radice dall’ingiustizia che li vede pagare, a differenza degli altri cittadini con figli, le tasse scolastiche due volte. Sì, perché le famiglie che scelgono la c.d. scuola privata (in realtà dovrebbe essere chiamata “scuola pubblica paritaria”) pagano e le tasse generali per il servizio scolastico di Stato e comunale e, insieme, anche le rette per formare i loro figli negli istituti non statali ai quali decidono d’iscriverli. Il dato incontrovertibile è che nel nostro Paese, stiamo assistendo da una flessione costante, che parte dal 2012, degli alunni delle scuole paritarie, dall’infanzia alle superiori. Infatti, solo 6 anni fa, in Italia erano più di un milione mentre d’allora ogni anno stanno scendendo di circa il 10% all’anno. Aumenta evidentemente il numero delle famiglie che non possono permettersi la doppia tassazione (imposte generali e rette). Il decremento d’iscrizioni, non a caso, è stato maggiore nella scuola secondaria (cioè medie e superiori), dove i costi di frequenza sono normalmente maggiori ma, allo stesso tempo, la divaricazione tra l’ideologia laicista e anti-naturale veicolata da non pochi docenti e presidi statali e il pensiero educativo delle famiglie italiane si sta facendo sempre più grave. In definitiva, applicando il principio sopra ricapitolato dal CCC, alla scuola libera non servono “più soldi”, ma pari dignità in quanto essa sia espressione dell’autonomia e dell’auto-organizzazione delle famiglie. Parlare di fondi da dare alla scuola pubblica oppure alle scuole paritarie è una trappola ideologica, che confonde molti cittadini e molti genitori indotti a sbagliare ancora una volta il “bersaglio”. Si innesca insomma una “guerra tra poveri”, cioè fra la buona scuola pubblica paritaria e la buona scuola pubblica statale.

Ritornando al «diritto fondamentale» dei genitori, come lo definisce il CCC, «di scegliere le scuole che li possano aiutare nel migliore dei modi nel loro compito di educatori cristiani», vediamo tutti, nei fatti, come in Italia i pubblici poteri non abbiano finora adempiuto al loro «dovere di garantire tale diritto dei genitori e di assicurare le condizioni concrete per poterlo esercitare» (n. 2229).

Parliamo ora dei doveri dei cristiani come genitori. Abbiamo detto che secondo la DSC i genitori sono i primi responsabili dell’educazione dei loro figli ma cosa significa questo in concreto per l’Italia di oggi? Beh, diminuendo da noi ogni anno sia il numero di matrimoni sia conseguentemente quello di figli si capisce bene come questo dovere (ma sarebbe meglio dire “responsabilità”) consiste innanzitutto nella creazione di una famiglia (il che, purtroppo, anche fra cristiani, non è più la “norma”). Una volta sposati, i coniugi dovrebbero evitare di trasformare il focolare domestico in un “dormitorio”, accedendo in tutto e per tutto, per motivi di lavoro o altro, alla cultura della “delega”. Le case cristiane dovrebbero invece essere un luogo particolarmente adatto per educare alle virtù. Una educazione che, dice il CCC, «richiede che si impari l’abnegazione, un retto modo di giudicare, la padronanza di sé, condizioni di ogni vera libertà» (n. 2223) ma, soprattutto, a subordinare «le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali» (Giovanni Paolo II, Centesimus annus. Lettera enciclica nel centenario della Rerum novarum, 1° maggio 1991, n. 36). I genitori hanno anche la grave responsabilità di dare ai loro figli buoni esempi. Riconoscendo con franchezza davanti ai figli le proprie mancanze, saranno meglio in grado di guidarli e di correggerli.

Venendo ora ad un tema sul quale è intervenuto molte volte anche Papa Francesco, ovvero quello della teoria del gender, che non distingue tra sesso naturale e genere idealmente scelto (o imposto), un’ideologia intollerante e totalitaria perché spesso imposta ai ragazzi all’insaputa (o con l’inganno) dei genitori, i Santo Padre l’ha additata come nemica del matrimonio e della natura. Anche il CCC offre diversi punti con i quali illuminarci, fra i quali il seguente: «La fornicazione è l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani» (n. 2353). Sia nel primo senso (sessualità non orientata esclusivamente al piacere e, soprattutto, non pura genitalità) sia nel secondo (“corruzione” dei giovani è quando li si disorienta sulla distinzione e complementarietà maschio/femmina), ci pare che la famiglia italiana abbia non poco da temere dagli attuali orientamenti, veicolati dalla c.d. scuola pubblica, in tema di educazione sessuale.

 

COSA INSEGNA IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Anche nel Compendio di Dottrina sociale della Chiesa (2004) troviamo espressi i due principi di fondo in materia educativa e viene sottolineata la necessità della collaborazione delle diverse agenzie educative. Esigenza sacrosanta perché, oggi più che mai, la famiglia isolata non può minimamente pensare di farcela ad educare i propri figli e avviarli ad una scuola veramente umana e cristiana. Leggiamo quindi nel Compendio: «I genitori sono i primi, ma non gli unici, educatori dei lori figli. Spetta a loro, dunque, esercitare con senso di responsabilità l’opera educativa in stretta e vigile collaborazione con gli organismi civili ed ecclesiali» (n. 240). Questo vuol dire che ai genitori, secondo la DSC, non va precluso il diritto-dovere di auto-organizzarsi, ricorrendo persino all’istruzione domiciliare, chiamata in inglese homeschooling, altrimenti detta “scuola parentale”, che è svolta esclusivamente fra le pareti di casa o comunque in un “contesto domiciliare”. Si tratta, in taluni casi, di una soluzione “estrema” ma, in fin dei conti, diventata non troppo inconsueta anche da noi. Il Compendio non cita espressamente l’homeschooling ma il principio che ne è alla base, e che è anche salutarmente contrario ad ogni impostazione statalista in ambito scolastico. Leggiamo: «I genitori hanno il diritto di fondare e sostenere istituzioni educative. Le autorità pubbliche devono far sì che “i pubblici sussidi siano stanziati in maniera che i genitori siano veramente liberi nell’esercitare questo diritto, senza andare incontro ad oneri ingiusti. Non si devono costringere i genitori a sostenere, direttamente o indirettamente, spese supplementari, che impediscano o limitino ingiustamente l’esercizio di questa libertà”» (n. 241).

È da considerarsi quindi una «ingiustizia», come la definisce il Compendio, il rifiuto di sostegno economico pubblico alle scuole non statali che ne abbiano necessità e rendano un servizio alla società civile (questo impone l’attuale monopolio scolastico dello Stato in materia scolastica), oppure gli intralci o le penalizzazioni all’homeschooling quando soggetto alle regole di base dettate dall’ordinamento costituzionale. Lo Stato, le Regioni, l’Unione europea o le altre istituzioni pubbliche, insomma, non potrebbero limitarsi, senza commettere una violazione di un diritto fondamentale, a “tollerare” esclusivamente le scuole cosiddette private oppure quelle parentali violandole o anemizzandole in questo modo progressivamente ma inesorabilmente.

Poi il Compendio DSC inserisce giustamente il tema dell’educazione e della scuola nell’ambito dei diritti-doveri di partecipazione civica non solo dei genitori o delle famiglie, ma di tutti i cristiani. L’impegno sociale e politico del fedele laico in ambito culturale, infatti, assume oggi come prima direzione precisa quella «di garantire a ciascuno il diritto di tutti a una cultura umana e civile» (n. 557). Anche chi non ha figli o non li ha in età scolastica, quindi, in obbedienza del comandamento dell’amore verso il prossimo, dovrebbe collaborare al diritto delle famiglie e delle persone ad una scuola libera, come afferma il Compendio, da «ogni forma di monopolio e di controllo ideologico». L’impegno per l’educazione e la formazione della persona, insegna infatti la DSC «costituisce da sempre la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani» (Compendio, n. 557).

 

IL “CODICE DI CAMALDOLI” E LA SCUOLA

Un documento interessante di Dottrina sociale cattolica del XX secolo, il Codice di Camaldoli (1943), nei suoi Enunciati iniziali riassume con molta chiarezza alcuni punti determinanti sul tema della scuola che è utile richiamare per renderci conto di come una serie di questioni erano un tempo molto presenti ed ora sono invece piuttosto ignorate nel “mondo cattolico”. Oltre al diritto-dovere della famiglia, infatti, questi intellettuali (laici) che si riunirono nel famoso eremo benedettino dopo un’epoca di totalitarismi come quella che aveva afflitto il periodo fra le due guerre mondiali (e che purtroppo continuerà a farlo per tutto il secolo “delle idee assassine” come ha definito il Novecento lo storico Robert Conquest), la missione educatrice andava riconosciuta anche alla Chiesa, destinataria di un «diritto indipendente dallo Stato di stabilire scuole di ogni grado per l’educazione e l’istruzione dei suoi figli. “Lo Stato, privo del titolo di paternità, ha nell’educazione una missione soltanto secondaria. Tuttavia può esigere e quindi procurare che tutti i cittadini abbiano la necessaria conoscenza dei loro doveri civili e nazionali e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica, che, attese le condizioni dei tempi nostri, sia richiesto dal bene comune. Tuttavia è chiaro che lo Stato deve rispettare i diritti nativi della Chiesa e della famiglia sull’educazione cristiana, oltreché osservare la giustizia distributiva. Pertanto è ingiusto e illecito ogni monopolio scolastico che costringa fisicamente o moralmente le famiglie a frequentare le scuole dello Stato, contro gli obblighi della coscienza cristiana o anche contro le loro legittime preferenze”» (n. 9).

Veniva poi a Camaldoli efficacemente riassunto il compito originario delle tre fondamentali “agenzie educative” in materia scolastica: «La famiglia vi ha una competenza per quanto riguarda la finalità personale e l’integrità morale e religiosa del figlio; lo Stato vi ha una competenza per quanto riguarda il promovimento e la difesa del bene temporale comune; la Chiesa vi ha una competenza per l’insegnamento religioso e per tutto quanto abbia relazione con la religione e la morale» (n. 13).

Dunque educazione morale, educazione culturale-civica-professionale ed educazione religiosa, senza interferenze o “invasioni di campo” di una delle tre agenzie sull’altra e viceversa. E invece il protagonista della seconda “missione educativa”, cioè lo Stato o, meglio, le minoranze che lo riescono obliquamente a indirizzare, è riuscito col tempo (diciamo dal Sessantotto in poi) a fare “asso pigliatutto” arrogandosi il compito dell’educazione (o, purtroppo, dis-educazione) morale e pseudo-religiosa (cioè relativista) dei giovani. Da quest’ultimo punto di vista, invece, era molto chiaro nel 1944 che l’educazione e la scuola sono un «fatto essenzialmente unitario anche se vi collaborano elementi diversi, in un popolo cristiano ha ispirazione religiosa in ogni suo momento; non è possibile affermare la pura laicità anche di aspetti particolari» (n. 14).

Anche nel Codice di Camaldoli, poi, era naturalmente ribadito il diritto della famiglia «di scegliere l’istituzione scolastica che le da maggior fiducia» e, correlativamente, il dovere «di accettare e secondare le finalità e la disciplina della scuola» (n. 15).

Il Capitolo terzo del Codice di Camaldoli è dedicato interamente al tema dell’educazione. Vi si articolano i principi:

– della collaborazione scuola/famiglia, con il ruolo dell’insegnante di «mandatario e collaboratore del padre di famiglia il quale da parte sua deve secondare, nelle finalità sue proprie e nella disciplina, l’opera della scuola», n. 38),

– del diritto/dovere della Chiesa cattolica a «vigilare sull’educazione religiosa e morale e dei suoi figli», direttamente discendete ad essa dalla «missione conferitale dal suo divin Fondatore e per la sua maternità soprannaturale» (n. 39);

– del dovere dello Stato, «quale espressione della volontà dei genitori e quale promotore del bene comune della società», nonché di tutte le autorità politiche, nazionali e internazionali, di «sempre riconoscere il diritto anteriore e naturale della famiglia e quello soprannaturale della Chiesa sull’educazione cristiana dei figli. In nessun caso lo stato può ledere i diritti della Chiesa e della famiglia in quello che loro spetta» (n. 40);

– dell’insufficienza e improponibilità della scuola c.d. neutra o laica, perché, affermano a chiare lettere gli estensori del Codice di Camaldoli, una tale impostazione si qualifica come «assurda e contraddittoria in termini perché “scuola” dice educazione totale dell’uomo, e “laica” dice volutamente ignoranza, trascuratezza e disinteresse dell’aspetto più nobile che ci sia da educare nell’uomo: la sua vita spirituale e religiosa. Scuola laica è dunque scuola incompleta e programmaticamente deficiente. Essa è ingiusta contro i giovani ed è lesiva del loro diritto; è oppressiva della libertà degli scolari e del diritto dei genitori di esigere che lo stato non imponga ai loro figli un’educazione contraria alla loro fede» (n. 41).

IL MAGISTERO DI PAPA FRANCESCO

Nel Magistero di Papa Francesco, che da religioso negli anni Sessanta è stato anche insegnante in vari collegi argentini, troviamo non solo molti contenuti ma una vera e propria passione se non amore per la scuola. Chi si sia dedicato anche solo superficialmente all’ascolto o alla lettura dei numerosi testi prodotti dal Pontefice in questi cinque anni di pontificato avrà notato come in essi ricorra spesso il tema dell’educazione, e di quella scolastica in particolare. La presenza non sembra attribuibile a un semplice dovere pastorale (la Chiesa è maestra, quindi educa) ma alla sua stessa e diretta esperienza di insegnante, in primo luogo di Letteratura e Psicologia nel Collegio gesuita del Salvador a Buenos Aires), che lo ha indubbiamente segnato facendogli scoprire le potenzialità e la bellezza dell’attività educativa scolastica. Forse proprio per questa esperienza personale l’educazione è un tema direi “costitutivo” del suo pontificato, sicuramente più di quanto sia accaduto in passato nelle parole di altri Papi.  In poche parole potremmo dire così: per papa Francesco l’educazione non è un’esperienza intellettuale ma un’esperienza di vita, non è solo conoscenza ma anche e soprattutto relazione.

Il 10 maggio del 2014 si è tenuta a Roma in piazza San Pietro una manifestazione diretta al mondo della scuola con la partecipazione di una folla enorme (300mila tra genitori, insegnanti e studenti italiani), ad esito di un percorso di approfondimento, La Chiesa per la scuola, promosso dalla CEI nel quadro del decennio pastorale 2010-2020. La scuola cui il Santo Padre si è rivolto non è stata solo quella cattolica, come qualcuno ha sostenuto o pensato, e stava a dimostrarlo la presenza dell’allora Ministro dell’istruzione Stefania Giannini e di decine di migliaia di alunni e docenti di scuole statali tra i presenti. In quella occasione papa Francesco scelse di impostare il suo discorso non sul valore educativo e culturale della scuola ma sull’amore che merita la scuola: «Voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo». Ha quindi aggiunto, in perfetta continuità da quanto prima detto nell’impostazione tradizionale della DSC: «Non può esistere una educazione “neutra”», poiché la scuola «ci educa al vero, al bene e al bello». A tal proposito ha fatto riferimento a don Lorenzo Milani, il sacerdote-educatore fiorentino, per il quale la scuola doveva essere sinonimo di «apertura alla realtà».

L’esordio del discorso al mondo della scuola del Papa è stato, come spesso accade, un po’ spiazzante: «La scuola non è un’istituzione da rispettare o un servizio da sostenere e potenziare: è un luogo da amare, cioè da scoprire come contesto significativo di vita al di là del suo significato formale». Per le migliaia di insegnanti e genitori che quel giorno affollavano piazza San Pietro (fra gli altri c’era anche mia moglie e mia figlia) è stata una lezione fondamentale: non si può pretendere che gli alunni amino la scuola se non la amano per primi i docenti.

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Per ascoltare l’audio di questa e delle scorse puntate andate in onda su Radio Mater è possibile iscriversi al Canale YouTube di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa” cliccando qui: https://www.youtube.com/channel/UC1So1iXwqJ6TJk0eP0XmZ_w.

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VOTO PROLIFE ARGENTINO: LE REAZIONI DA ADINOLFI AL MOVIMENTO PER LA VITA

«Uniti i pro-life vincono». Questo il commento di Mario Adinolfi, Presidente nazionale del Popolo della Famiglia, a poche ore dall’esito del voto che, ieri notte, ha visto il Senato argentino respingere, 38 contro 31, il progetto di legge che avrebbe permesso l’aborto legale e gratuito nel Paese latinoamericano. Per il voto al provvedimento, che aveva già ottenuto l’approvazione della Camera ed era sostenuto da potenti anche se minoritarie lobbies, ha molto influito lo schieramento compatto della Conferenza episcopale, guidata da cardinali e vescovi scelti personalmente da Papa Francesco. Il progetto di legge avrebbe sconvolto l’orientamento consolidato nella politica argentina, che vede l’aborto come un omicidio e solo di recente l’ha permesso in caso di stupro o di pericolo di vita.

Il Movimento per la Vita Italiano, presieduto da Marina Casini, ha pubblicato un comunicato stampa nel quale si esprime una profonda «gioia per la notizia che il Senato argentino ha respinto il progetto di legge volto a legalizzare l’aborto volontario. Dal Senato argentino viene un messaggio di speranza, perché la questione del diritto alla vita dei bambini non nati è planetaria e quindi forte è l’incoraggiamento per gli altri Paesi del mondo. È simbolicamente rilevante che questo voto abbia seguito la decisione del Papa argentino sull’abolizione della pena di morte in nome della dignità umana sempre uguale per tutti. Inoltre è motivo di riflessione che la vittoria pro life sia l’esito di una battaglia culturale condotta unitariamente dal popolo della vita» (Roma, 9 agosto 2018).

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NATALITÀ IN ITALIA: SERVE O NON SERVE UNA MISURA FORTE?

Uno dei 26 Punti del programma politico generale del Popolo della Famiglia

Al centro di tutta l’azione politica del Popolo della Famiglia non può che esserci la battaglia per la natalità e contro l’inverno demografico. La principale tragedia nazionale che ci affligge, infatti, è quella che non nascono più figli e, senza di essi, il nostro Paese muore. Per questo tra i 26 punti di orientamento del Programma politico del PdF ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa c’è “N come natalità: serve una misura forte”.

Inverno demografico italiano

L’ultimo bilancio demografico nazionale reso noto dall’Istituto italiano di statistica ha documentato, anche nel 2017, la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre dello scorso anno, infatti, risultano risiedere in Italia 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera. Complessivamente, quindi, nel 2017 la popolazione è diminuita di oltre 105mila persone rispetto all’anno precedente. È come se il triplo di una bella e popolosa cittadina come Cerveteri fosse sparita tutta insieme. Il calo complessivo degli abitanti del nostro Paese è determinato oltretutto dalla notevole flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), per metà compensata dall’aumento di popolazione straniera, nei termini di 97.412 unità. Quindi siamo meno e siamo proporzionalmente sempre meno Italiani in Italia! L’ISTAT ci ha informato che nel Belpaese risiedono attualmente persone di ben 200 nazionalità, nella metà dei casi cittadini europei con prevalenza di rumeni e albanesi.

Saldi nascite/morti da 10 anni in negativo

Il movimento naturale della popolazione ha registrato anche nel 2017 un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 200 mila unità, certificando così un drammatico calo delle nascite che, in tali preoccupanti dimensioni, è in atto dal 2008.

Per il terzo anno consecutivo i nati sono stati nel 2017 meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi sono stati quasi 650 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2016, proseguendo il generale trend di crescita rilevato negli anni precedenti dovuto all’invecchiamento della popolazione (cfr. ISTAT, Comunicato stampa, Roma 13 giugno 2018). Rispetto a quest’ultimo problema andrebbe richiamata l’attenzione sui risultati di un documento del quale il Governo italiano è co-autore: “Il rapporto sull’invecchiamento”, pubblicato dalla Commissione Ue, nel suo ultimo aggiornamento, nel 2015. L’”equilibrio” del sistema pensionistico italiano che emerge da questo Rapporto, sottoscritto anche dal ministero dell’Economia e delle finanze, ne risulta davvero problematico. Infatti, secondo la Commissione europea, nel nostro Paese, ogni anno, la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di oltre 88 miliardi di euro! Si tratta dello scarto più vasto dell’Unione Europea dopo quello dell’Austria (cfr. Federico Fubini, Pensioni, uno squilibrio da 88 miliardi, in Il Corriere della sera, 27 novembre 2017, p. 6). La differenza fra quanto lo Stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico, ma quanto potrà durare questo escamotage finanziario? L’unica vera e duratura soluzione al problema del riequilibrio del sistema pensionistico (e socio-sanitario) nazionale sta solo nella ripresa delle nascite.

Per una politica natalistica ragionata ma decisa

Il problema demografico, come sappiamo, non riguarda solo l’Italia, ma tutte le parti più ricche del pianeta, nelle quali si assiste ad una caduta verticale del tasso di natalità. Le ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, continuando con tali tendenze, saranno tali da rendere l’Occidente incapace perfino di rinnovarsi biologicamente.

In più di 75 Paesi nel mondo il tasso di fertilità è attualmente al di sotto del “livello di sostituzione” – 2,1 bambini per donna – necessario a mantenere stabile il livello demografico. Siccome la crescita demografica è associata ad uno sviluppo integrale e solidale, una politica natalistica ragionata ma decisa dovrebbe essere al primo posto di una strategia efficace di sviluppo globale, come affermato nel punto “N” del nostro programma politico generale.

Fra tutti gli altri Paesi occidentali l’Italia sta inesorabilmente invecchiando senza che si prendano concretamente provvedimenti. Eppure, negli ultimi anni, abbiamo toccato il livello minimo di nascite dall’Unità nazionale (1861). Per questo parlare di crescita e di uscita dalla crisi senza affrontare il tema della ripresa della natalità è semplicemente miope se non irresponsabile. Le misure finora previste, di ordine economico ed episodiche, non sono assolutamente sufficienti. Di fronte ad una emergenza come questa serve una scelta forte, sia di carattere quantitativo (ad es. assicurando uno stipendio alle neo-mamme oppure mettendo a disposizione a chi si deve sposare alloggi a costi calmierati), sia di carattere qualitativo (ad es. dando maggiore sostegno alle aziende familiari che assicurano maggiore stabilità economica alle famiglie o prevedendo una riserva di posti nei concorsi pubblici per i candidati giovani da poco sposati).

Le origini ideologiche della crisi della natalità

La crisi della natalità ha origine in tutte quelle ideologie ecologiste, neomalthusiane e “naturaliste” che fanno della natura (che sta al di sotto della incomparabile dignità della persona umana) qualcosa di intoccabile e quasi superiore all’uomo con conseguenze morali inaccettabili tra le quali una mentalità radicalmente orientata al controllo forzato delle nascite. Frutto di tutte queste teorie è una mentalità apocalittica e catastrofista in relazione al futuro: si predice scarsità di alimenti con l’esaurimento della terra coltivabile in rapporto all’aumento della popolazione in un clima orribile di inquinamento planetario con l’estinzione delle risorse non rinnovabili e delle fonti di energia. Ci hanno quindi convinto che l’aumento di popolazione ci avrebbe condotto ad un periodo di carestia di alimenti energia e servizi con un corrispondente abbassamento della “qualità della vita” con un conseguente collasso della specie.

Proposte per vincere la sfida demografica

La “misura forte” che il Popolo della Famiglia propone per vincere la sfida demografica è il “reddito di maternità”. Se passasse questa proposta s’inizierebbero a dare 1000 euro al mese alle donne italiane (anche straniere ma con cittadinanza italiana), regolarmente sposate, che si decidono di dedicarsi in via esclusiva alla vita familiare e alla crescita dei figli. Questo non vuole dire che la mamma non potrà tornare al lavoro per il mercato (se lo vorrà) quando i figli saranno più grandi. Ma la madre italiana potrà finalmente decidere in modo realmente libero se e quando poterlo fare (l’assegno mensile che proponiamo sarebbe corrisposto fino al raggiungimento dei 18 anni del figlio più piccolo).

Il reddito di maternità è un valore aggiunto che il nostro Movimento vorrebbe riconoscere per ridare importanza alla maternità, al matrimonio e alla famiglia. Dobbiamo cambiare la legislazione di questo Paese che, purtroppo, promuove l’ideologia dell’affermazione individualistica della donna, che la conduce facilmente alla “cultura della morte” favorendo le pratiche della sterilizzazione, della contraccezione e dell’aborto. Una triade che noi vogliamo contrastare anzitutto dal punto di vista culturale. Il nostro primo obbiettivo quindi è quello di combattere il gelo dei nostri “quartieri-dormitorio” e case di singles o deserte che ci hanno condotto all’inverno demografico (e sociale!) che stiamo vivendo.

Ogniqualvolta proponiamo nelle varie sedi la misura del reddito di maternità ci viene quasi sempre obiettato: ma quanto costa? La risposta è: purtroppo, costa pochissimo. Quasi niente se rapportiamo l’esborso stimato a quella dell’irresponsabile proposta grillina del “reddito di cittadinanza” (780 euro mensili a tutti i milioni di cittadini italiani privi di occupazione). Il reddito di maternità, infatti, farebbe spendere pochissimo all’Erario perché pochissime sono le donne Italiane che fanno figli. Parliamo di una cifra che va da uno a otto miliardi l’anno, corrispondente a circa lo 0,4% del Pil nazionale.

Ecco, ora noi questi soldi lo vorremmo dare direttamente nelle tasche della famiglia, direttamente nella gestione delle donne-madri che, va detto, “meriterebbero” molto di più. Il costo per le casse dello Stato, come visto, è irrisorio rispetto ai benefici che produce e che può essere agevolmente coperto dalla cancellazione della marea di soldi inutilmente stanziati in bandi fittizi da uffici della presidenza del Consiglio come l’Unar, oltre che con l’abolizione della legge Cirinnà e dei relativi carichi imposti all’Inps per le pensioni di reversibilità ai gay (Lgbtqi, pardon!), quantificati da Tito Boeri in centinaia di milioni di euro l’anno. Molto meno della proposta grillina del reddito di cittadinanza, che costerebbe circa 20 miliardi l’anno! Se 1/8 miliardi per il reddito di maternità vi sembrano troppi, consideriamo solo, ad esempio, che la stima dei costi per l’accoglienza dei migranti è attualmente quantificata in circa 4,6 miliardi ogni anno. Ma i soldi investiti nel reddito di maternità, a differenza di questi ultimi, sarebbero messi direttamente in circolo nel mercato nazionale in quanto il 90% sarebbe speso in consumi e, quindi, quasi il 50% ritornerebbe allo Stato attraverso la tassazione (IVA  e IRPEF). Serve altro? Beh, allora vi fornisco un ulteriore dato: 20 miliardi di euro solo per salvare Monte Paschi Siena e le altre banche “di famiglia” in difficoltà…

L’abrogazione della legge Cirinnà

Quanto ricaveremmo dall’abrogazione della legge Cirinnà sulle unioni civili omosessuali? Secondo il Mef i costi sarebbero di 3,7 milioni di euro nel 2016, con crescita fino a 22,7 nel 2025. Il tutto per “beneficiare” quante persone? Circa 7000 sono state le coppie unite civilmente fino ad oggi, laddove ben 26 milioni di persone che appartengono alle famiglie italiane vedono disattese da anni tutte le loro esigenze! Nel numero di queste famiglie, teniamo conto, ce ne sono circa 3 milioni e mezzo che hanno il capofamiglia inattivo o disoccupato.

La finalità del reddito di maternità è evidentemente quella di consegnare alla donna finalmente una piena libertà di scelta: se essere madre lavoratrice o essere esclusivamente madre, senza essere piegata al ricatto di dover contemperare attività faticosissime. Noi facciamo politica per cambiare concretamente la vita delle persone e per dare un pugno al piano inclinato che ci sta sempre più portando all’inverno demografico.

Forse con il reddito di maternità una donna non andrebbe a lavorare per 800 euro al mese per spenderne se va bene 3-400 di asilo nido! Noi non “agevoliamo” le donne, ma riconosciamo che fare la madre a tempo pieno è un lavoro di interesse pubblico e come tale lo vogliamo remunerare.

Quoziente familiare

Al punto del programma relativo alla natalità, va strettamente collegato a mio avviso quello che, in sintesi, potremmo definire “fisco a misura di famiglia”. Mi riferisco alla lettera “Q” come quoziente familiare (“Tagliare a fette il reddito imponibile”), che implicherebbe stabilire un criterio di progressività del sistema fiscale e tributario. Attualmente, infatti, esso è di tipo meramente individualistico. Noi lo vorremmo ridisegnare (come fatto ad esempio in Francia) in ragione della capacità contributiva di cui dispone la famiglia nel suo insieme. Dato uno stesso livello di reddito di due diversi soggetti, quindi, se su uno di essi gravano oneri che ne riducono la capacità contributiva, l’imposta non dovrà colpire il reddito in quanto tale, ma quello diminuito dei costi necessari per far fronte a questi oneri. Con questo strumento la somma dei redditi dei componenti della famiglia viene divisa per la somma dei componenti (viene “tagliato a fette”), cui viene attribuito un peso non necessariamente uguale. Per esempio più crescono i figli più il “peso” aumenta. In questo modo si ottiene il risultato di far pagare meno tasse alle famiglie unite e che hanno due o più figli.

Tra le tante misure previste per ridare sostegno e forza alla famiglia e per tornare a fare figli, oltre ai già citati reddito di maternità e quoziente familiare vi elenco anche altri punti:

  • Partita-Iva per la Famiglia che prevede lo scarico dei costi (scarico dei costi animali da compagnia è pressoché integrale).
  • Priorità per le famiglie numerose italiane nell’assegnazione di alloggi pubblici e alle giovani famiglie con stanziamento di un Fondo di Garanzie pubblico per i mutui per le coppie sposate under 35.

L’importanza della Dottrina sociale della Chiesa

Il primo terreno su cui deve impegnarsi l’azione sociale e politica dei cristiani, unitamente a quella di tutti gli uomini che cercano la verità, è difesa del matrimonio e della famiglia secondo criteri illuminati dalla Dottrina sociale della Chiesa. La civiltà dell’amore, della verità e della misericordia, della giustizia e del perdono, si costruisce infatti prima di tutto in famiglia. Dato che il matrimonio è alla base della famiglia e la costituisce (art. 29 Costituzione) si può dire che il matrimonio sia a fondamento dell’intera società, dato che questa ha origine dalla famiglia. Ogni indebolimento del matrimonio, che è anche una istituzione sociale, comporta un declino e un impoverimento delle relazioni sociali in quanto tali. È nel matrimonio che, per la prima volta, due poli complementari della persona umana, l’uomo e la donna, si accolgono in un vincolo indissolubile e aperto alla vita e, così facendo, fondano la comunione sociale e tra le generazioni, assumendo una responsabilità pubblica fondata non sui desideri ma sulla complementarietà secondo un ordine, l’ordine naturale (e, quindi, l’ordine del Creatore).

Non va dimenticato che il matrimonio è prima di tutto una istituzione di ordine naturale. Già a questo livello si comprende che la sessualità umana ha anche una dimensione pubblica di accoglienza, di promessa, di impegno, di corresponsabilità secondo l’ordine della natura, che non è semplicemente un dato fisico ma che non può prescindere dal dato fisico. Già a questo livello il matrimonio è indissolubile, per la profondità dell’unione degli sposi e per la responsabilità verso i figli.

In Italia il matrimonio e la famiglia sono in fase di decomposizione e le culle piangono. Andando avanti così il nostro Paese sarà una somma di individui “single” variamente accostati l’uno all’altro, ma non un Popolo con dei legami naturali forti. Anche la recente legge sulla possibilità di scegliere il cognome è destinata a creare un individuo senza più connotazioni familiari.

Ma mentre quasi più nessuno vuole sposarsi, gli omosessuali (Lgbtqi…) dicono che vogliono sposarsi, e a tutti i costi. È evidente che dietro ci sono altri motivi. Lo scopo è di distruggere ulteriormente il matrimonio e la famiglia. In ogni caso le statistiche ci dicono che, alla fine, i cosiddetti “matrimoni” omossessuali sono pochi e in evidente contraddizione con la campagna che se ne fa. In Olanda, lo Stato che per primo ha legalizzato questo tipo di “matrimonio”, solo una coppia su cinque ha voluto sposarsi. Le coppie eterosessuali, invece, risultano sposate nella proporzione di quattro su cinque. In Spagna è lo stesso: ogni anno le “nozze gay” sono circa tremila, una cifra molto bassa e inferiore a qualsiasi previsione. In Inghilterra i “matrimoni” omosessuali pesano solo per il 2 per cento sul totale.

 Una società meno responsabile?

In conclusione, alla base delle due tipologie di misure previste nel programma del PdF vi è una valutazione di fondo: sposarsi e avere dei figli comporta una assunzione di responsabilità maggiore che frequentarsi continuando ad abitare ognuno a casa propria ed evitando di avere figli. Convivere sotto lo stesso tetto significa infatti lasciare totalmente “le porte aperte” a un eventuale cambio di rotta. Una società di persone unite in matrimonio (le “famiglie naturali”!) ha cittadini più responsabili che una società di single o di “nomadi affettivi”. Questo è uno degli aspetti politici della questione della crisi del matrimonio e della denatalità. Chi investe in un progetto di vita con l’altro, si assume delle responsabilità pubbliche nei confronti dei figli, si lega con dei vincoli e rivela certamente una maggiore attitudine ad assumersi responsabilità anche in altri settori della vita sociale.

Ma la responsabilità è qualcosa di importante per la società o no? Meglio una società di irresponsabili? Sembrerebbe di sì, dato che si fa di tutto per togliere smalto al matrimonio e alla famiglia.

 

La politica responsabile e quella irresponsabile

Certamente non può essere la politica da sola a fronteggiare i processi che ho finora descritto, che sono soprattutto di ordine culturale. Essa però non fa niente, anzi li favorisce e li asseconda. Il “divorzio breve” approvato dal Parlamento va in questa direzione. Rende infatti possibile separarsi anche in presenza di figli in soli sei mesi recandosi davanti ad un funzionario amministrativo. Prima, almeno, si doveva aspettare qualche anno. Ripensarci. Poi si andava davanti al Presidente di un Tribunale. Ora il divorzio diventa un affare privato da sbrigare con una velocità superiore che non disdire il contratto del proprio cellulare. Questa legge ha contribuito ulteriormente a privatizzare il matrimonio e la famiglia! Il fallimento della politica, che il Popolo della Famiglia vuole invertire, oggi, si rinviene soprattutto qui.

Fonte: Sara Deodati, Natalità in Italia: serve o non serve una misura forte?, in La Croce quotidiano, 23 giugno 2018, p. 6.

Formazione Politica

Incontro di presentazione del programma politico del PdF ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa

Per conoscere meglio il Popolo della Famiglia cosa c’è di meglio che il programma politico generale, sintetizzato nei 26 punti ispirati al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa? Sono stati pubblicati sul giornale diretto da Mario Adinolfi “La Croce quotidiano” fin dall’inizio del movimento, che è stato fondato a Roma, da oltre 300 padri e madri di famiglia e persone di buona volontà, l’11 marzo del 2016. Per chi abita a Cerveteri (vicino Roma), l’appuntamento è per questo venerdi, 22 giugno, alle ore 19, presso l’associazione “Il Sorriso”, in largo Vivaldi 30.

Dopo un’introduzione di Germana Biagioni, interverranno i dirigenti del PdF-Roma Giuseppe Brienza, Anna Ciappa, Sara Deodati e Silvio Rossi, i quali illustreranno i principali contenuti del programma del movimento di Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo rispondendo alle domande ed agli interventi dei partecipanti.

Per ulteriori informazioni si può scrivere una mail a: pdf.cerveteri@gmail.com.

Formazione Politica

IL DOPO-REFERENDUM ABORTO IN #IRLANDA: LE FORZE IN CAMPO

Con il referendum del 25 maggio scorso è stato purtroppo abrogato, con la vittoria dei “SI”, l’ottavo emendamento
dell’articolo 40 della Costituzione irlandese che, dal 1983, aveva il merito di proteggere il diritto alla vita del bambino
concepito. Abbiamo già fatto notare (cfr. Referendum #Irlanda: dobbiamo parlarne ancora, in “La Croce quotidiano”, 31 maggio 2018, p. 3), che non tutto il male vien per nuocere. Infatti questa rovinosa sconfitta ha finalmente scosso le coscienze di molti (in primis pastori) e, a breve, potrebbe suscitare nuove energie e protagonisti in grado di tentare la possibile riscossa. Anzitutto fra qualcuno di quei 31 deputati e senatori del partito “Fianna Fáil” che, in dissenso col segretario del loro partito, hanno dichiarato il loro voto per il “NO” al referendum e la necessità di una politica chiaramente anti-aborto. Ma anche all’interno dello “Sinn Féin” dove il deputato Peadar Tóibín sta emergendo come nuovo e dinamico leader del Movimento per la vita nazionale. Abbiamo poi parlato nello scorso articolo di Justin Barrett, classe 1971, leader del “National Party” e di Greg Daly, giovane promessa del periodico cattolico Irish Catholic. Integriamo questa lista molto parziale di possibili fautori di una prossima “primavera pro-life” nell’Isola del Trifoglio con lo scrittore, drammaturgo e giornalista (già sposato alla cantante Sinead O’Connor) John Waters, l’editorialista del “Sunday Times e direttore dello “Iona Institute” David Quinn e la columnist dell’Irish Times Breda O’Brien.

Cominciamo con Waters, autore di nove libri e collaboratore per molti anni dell’Irish Times, come editorialista sta denunciando da decenni un processo inesorabile di “crisi costituzionale irlandese”. In passato si è occupato di questioni politicamente scorrette come ad esempio l’oscuramento e la discriminazione della paternità nella società irlandese, in particolare in relazione alla tutela legale del rapporto tra padri e figli, pubblicando anche sul giornale First Things, uno dei più influenti in ambito culturale-cristiano nordamericano, editoriali e articoli di denuncia della lotta della classe dirigente irlandese dei diritti dei bambini non nati. Ha continuato, durante l’ultima
campagna referendaria, a combattere ogni posizione, non di rado espressione anche di certo mondo cattolico ed ecclesiale, che pretende di equiparare la lotta politica per i “principi non negoziabili” al “moralismo” («a tendency has developed, whereby any attempt to express a moral position is dismissed as “moralism”». Questa idea, infatti, fraintende completamente l’insegnamento di Papa Francesco (cfr. “A Diagnosis of Moralosis”, by John Waters, in First Thinghs, 23.4.2018). Non è un caso che Waters abbia già pagato duramente dal mainstream laicista per le sue posizioni sulla famiglia naturale e contro le “nozze gay” quando fu ospitato al Meeting di Rimini nell’agosto del 2013. Allora i grandi media e lobbisti lo accusarono di “omofobia” ma, nonostante ciò, lui non si è fatto intimidire ed è ancora in prima linea.

In queste ultime settimane Waters ha spiegato che la schiacciante vittoria abortista al referendum sull’ottavo emendamento della Costituzione è in certo senso “drogata”. Non corrisponde, infatti, alla realtà dell’opinione del popolo irlandese se, ad esempio, molti dei “SÌ” sono stati indotti con l’influenza esercitata, specie sui più giovani, dalle varie star dello spettacolo e della musica.
Su tutti citando il chitarrista degli U2 “The Edge”, «secondo cui votare SÌ era “la cosa più intelligente da fare”. Questo è a mio parere un abuso del potere della celebrità, che dovrebbe muoversi nella direzione opposta, essere dubbiosa, riluttante, imbarazzata. È invece stata incredibilmente banale e patetica» (cit. in Giulio Meotti, Infelicissima Irlanda, ha sostituito i suoi santi con gli U2. Intervista allo scrittore John Waters, in Il Foglio, 16-17 giugno 2018, p. VII).
Di David Quinn che, in pratica, ha capeggiato il fronte del NO all’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, chi conosce la scena culturale e giornalistica irlandese avrà già abbondantemente sentito parlare. È stato infatti il più attivo difensore del diritto naturale e della famiglia nel 2015 in occasione della consultazione popolare sui “matrimoni” tra omosessuali.
Dirige lo “Iona Institute”, un’organizzazione non governativa con sede a Dublino e che si sta attivando sempre più nell’ambito della battaglia in favore della famiglia e del diritto alla vita di ogni bambino, così come di quello di conoscere i propri genitori e di essere cresciuto da un padre e da una madre.
Anche Breda O’Brien è una vecchia conoscenza delle battaglie prolife e profamily in Irlanda. Durante la campagna referendaria del 2015, aveva colto nel segno con i suoi reportage sull’organizzazione Lgbt irlandese GLEN (Gay and Lesbian Equality Network), una vera e propria lobby finanziata e mobilitata dall’estero per promuovere la modifica delle politiche legislative in senso antivita e omosessualista, debitrice fra il 2005 e il 2011 della bellezza di 4.727.860 dollari americani con i quali «ha avuto accesso» a ben 40 politici nazionali, senza aver cura «nemmeno di nascondere il suo piano d’azione, squadernato in quattro semplici punti nel documento intitolato “Catalizzare la parità”». Dopo l’esito del referendum del 25 maggio Breda non si è arresa, firmando un editoriale di fuoco sull’Irish Times, dal titolo molto eloquente: “Il movimento anti-abortista non mollerà e non sparirà” (cfr. Breda O’Brien, Abortion movement has not given up and will not disappear, in The Irish Times, May 28, 2018).
In Irlanda insomma c’è ancora un cuore pro vita che pulsa e che non si arrende davanti alla sconfitta al referendum. Il movimento anti-abortista sta già raccogliendo decine di migliaia di firme contro la probabile e prossima legge che introdurrà, sulla base dell’esito delle urne, l’aborto libero e a richiesta fino a 6 mesi. E poi ha intentato delle azioni legali contro il risultato della consultazione perché secondo loro i conti non tornano. Un numero considerevole di persone, infatti, sono state escluse dalle liste elettorali (e dal voto) in modo del tutto indebito o per lo meno da chiarire. Tano più che fra queste persone ci sono centinaia di religiosi e religiose che vivono in diversi conventi e monasteri dell’Isola, nonché in case di riposo e di cura per anziani. Tutti elettori, guarda caso, che si sarebbero molto probabilmente espressi in favore del diritto alla vita dei bambini.
Altra buona notizia, una volta tanto, è arrivata da Londra, che ha escluso d’imporre d’autorità la liberalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord, dopo il risultato del referendum.
«Londra ha il dovere di rispettare il decentramento e la competenza attribuita in tema di aborto al parlamento di Belfast», ha detto Karen Bradley, ministro per l’Irlanda del Nord nel governo May. Nei giorni scorsi, infatti, diverse deputate di Westminster avevano provato a chiedere la rimozione delle restrizioni anti- aborto in Irlanda del Nord, non riuscendoci però, grazie a Dio, almeno per ora.

Intanto si avvicina la visita del Santo Padre a Dublino, con il programma appena ufficializzato che vedrà la Santa Messa celebrata da Papa Francesco al Phoenix Park nel pomeriggio di domenica 26 agosto. Oltre che in questo, il vero e proprio momento culminante del viaggio apostolico organizzato in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie, il filo conduttore della visita di Bergoglio, la famiglia come “santuario della vita”, sarà tessuto e non mancherà di influenzare e rivitalizzare i fedeli e gli attivisti prolife irlandesi che affolleranno sia la “St. Mary’s Pro-Cathedral” sia il “Croke Park Stadium”, quest’ultima sede ove il Pontefice parteciperà a uno degli eventi conclusivi dell’incontro mondiale, la Festa delle famiglie. La festa della famiglia diventerà, lo confidiamo davvero, la battuta decisiva di una riscossa nella battaglia in difesa della vita umana innocente in Irlanda. Cominciando a fare chiarezza sull’esito del referendum e sulla nuova legge che il governo dovrà, a breve, varare.

Fonte: Giuseppe Brienza, Irlanda: le forze attualmente in campo dopo il #referendum, in La Croce quotidiano, 19 giugno 2018, p. 3.

Formazione Politica

IL BOOM DELLE “CANNE LIGHT” IN ITALIA

Maurizio Martina, attuale “segretario reggente” del Pd, ha recentemente affermato che, «all’opposizione lavoreremo per i più deboli». Al Governo del Paese non sembra però che l’abbia fatto granché! Ricordiamo solo un caso. Da ministro dell’agricoltura, infatti, l’esponente della sinistra renziana (Martina è stato Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali del Governo Renzi dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016) ha promosso la legge che ha permesso il fenomeno, ben poco “popolare” a dire il vero, della vendita sul mercato di varie tipologie di prodotti “Cannabis Light”. Prodotti cioè a base di cannabis con un tenore di THC e CBD (i principi attivi della droga, quest’ultimo acronimo di cannabidiolo) inferiori a determinati livelli stabiliti dal ministero della salute (attualmente lo 0,6 per cento). Stiamo parlando del “meraviglioso mondo” della “Cannabis Light”, detta anche chiamata “Cannabis Sativa L.”, la cui esposizione è ormai sotto gli occhi di tutti nelle tabaccherie, nelle edicole e nei negozi “in franchising”. A Roma ne siamo pieni di questi “punti vendita” (Cannabis Shop). Le relative lobbies ringraziano, naturalmente, il ministro Martina (in primis “Easyjoint”, azienda che con 450 punti vendita ha conquistato l’85 per cento del mercato in Italia), meno i poveri e, lasciatecelo dire, le famiglie italiane…

Martina, il ministro “dei più deboli”, è stato il proponente della legge n. 242/2016, recante “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” che, entrata in vigore il 14 gennaio 2017, è stata promulgata il 2 dicembre 2016 a soli 4 giorni dal “commiato finale” dell’esecutivo guidato dal fenomeno di Rignano! Naturalmente l’iniziativa sull’apposita legge popolare per la legalizzazione della cannabis che ha dato il “La” alla normativa fatta approvare da Martina, è stata appannaggio dell’immancabile Associazione Luca Coscioni e di Radicali Italiani, con l’appoggio di «decine di consiglieri comunali di Sinistra Italiana e anche del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico nonché di liste civiche e indipendenti», come informano sul sito legalizziamo.it.

La legge 242 è stato l’ultimo regalo agli Italiani da parte del governo Renzi, con l’appoggio, ricordiamolo, anche dai vari esponenti “cattolici” dell’Ncd… Il Ministro della salute “cattolico” Beatrice Lorenzin ha stabilito infatti il limite del principio attivo THC e, così, ora abbiamo con la benedizione dello Stato la “cannabis light”, che avvia i giovani all’edificante “cultura dello sballo”. Ma la Cannabis Light è posta in vendita solo per i maggiorenni e a basso dosaggio, ci rassicurano le anime belle. Come testimoniano anche amici che devono vendere questi “prodotti” nelle loro tabaccherie, non è difficile trovare maggiorenni compiacenti che, acquistato il prodotto “Cannabis Light”, lo cede non appena uscito dal negozio ad adolescenti o post-adolescenti depressi, senza valori, disadattati o già stanchi della vita.

Visto che viene usata come palliativo medico le lobbies sono riuscite a far passare la cannabis come “cura” e, ormai, sui grandi media, la si associa ad un qualcosa di “innocuo” e che, anzi, può fare del bene. Ma gli studi medici confermano che è una droga vera e propria che, pertanto, non può che danneggiare i neuroni dei ragazzi, soprattutto di quelli, come adolescenti e post-adolescenti, che sono ancora in fase di sviluppo neuronale.

A chi ancora non lo sapesse, quindi, comunichiamo che da un anno e mezzo a questa parte possiamo trovare in libera vendita a maggiorenni “prodotti” a base di cannabis come “Super Cheese”, confezione da 5gr., «al sapore di formaggio, dai terpeni naturali della pianta, esperienza unica, inconfondibile aroma deciso e intenso, con CBD < 10% – THC < 0,2%, € 42,50» (fonte: www.cannabislightitalia.com). Oppure “Sweet Devil”, confezione in questo caso più piccola (2gr.) e, quindi, più a buon mercato (€ 22) ma, sicuramente, non alla portata dei “più deboli”.

Tutti questi sono “prodotti” che, ci assicura la federazione “Cannabis light Italia”, non sono di tipo «alimentare o medico/terapeutico», bensì «ad uso tecnico». Ecchevordì? Vuol dire che sono prodotti, come dire, “da collezione” e, quindi, se pure dovessero superare il dosaggio di cannabidiolo o THC non sono sequestrabili. Noi Italiani siamo Paese di avvocati, lo sappiamo! Questi accorgimenti sono stati resi necessari perché, in un Paese da questo punto di vista più serio come la Svizzera, le autorità federali dopo una prima “legalizzazione” della cannabis light hanno fatto subito marcia indietro. Il passaggio successivo alla cannabis, infatti, è la marijuana a basso tenore di THC e, come ha chiarito ad esempio di recente la polizia cantonale ticinese (febbraio 2017), l’una e l’altra si possono vendere, coltivare e consumare in Svizzera, ma solo a certe condizioni. La vendita anche nel Paese elvetico è limitata solo ai maggiorenni ma, per la sua coltivazione, serve un’autorizzazione o una notifica delle autorità. La polizia ricorda in particolare che se si tratta di cannabis destinata a essere fumata, vanno rispettate anche altre normative federali. La cannabis, insomma, in Svizzera è sempre ritenuta uno stupefacente e resta il divieto di coltivazione, vendita e consumo, nel caso in cui vi sia un alto tenore di THC. Nell’eventualità di contestazioni sul contenuto di principio attivo si attua una procedura ordinaria che prevede un verbale d’interrogatorio, il sequestro della sostanza e un rapporto al Ministero pubblico o al giudice dei minori. Una volta analizzata la cannabis, se il THC supera l’1% è considerata una droga e il consumatore sarà sanzionato in base alla Legge federale sugli stupefacenti (cfr. il Comunicato stampa della Polizia cantonale del Canton Ticino, del 5 febbraio 2017).

Invece da noi dall’approvazione della “legge Martina” invece di fare marcia indietro si è verificato un vero boom commerciale della Cannabis light, liquidata dai consumatori come “cannamilla” (cioè tipo camomilla e, infatti, l’obiettivo è solo d’iniziare a far abituare i giovani, ai quali sarà poi offerta roba ben più forte…). Leggiamo così in uno dei vari siti “anti-proibizionisti”: «OK va bene la cannamilla… ehm.. cannabis light. Ma… quando la legalizziamo quella vera?» (v. https://fotocannabisti.wordpress.com/)

Questo mercato ha letteralmente travolto l’Italia negli ultimi 18 mesi, entrando prepotentemente nella vita di tutti i giorni, occupando scaffali dei “canapa shop”, negozi dedicati alla canapa che ora, hanno incentrato il proprio business sui fiori di canapa industriale, più che su creme, saponi ed altri prodotti cosmetici o alimentari. Ma ora che il mercato si sta allargando ed i “Canapa Shop” continuano ad aprire nelle principali città italiane, stanno anche aumentando i sequestri di Cannabis Light da parte della Guardia di finanza, che registrano “prodotti” con percentuali di THC/CBD superiori a quelli previsti dalla legge. Esito scontato, in un Paese “di Pulcinella” come il nostro. Ma esito del quale la politica non ha preso atto, mettendo così in difficoltà i commercianti che, spesso a loro insaputa, si trasformano in spacciatori, con una denuncia appunto per spaccio di sostanze stupefacenti a proprio carico. A chi giova la cannabis light legale?

Facciamo il caso di Vieste, dove sono state recentemente confiscate 19 confezioni di Cannabis Light e, il proprietario, è stato denunciato per spaccio di sostanza stupefacente dai ligi finanzieri perché, nonostante il proprietario del negozio abbia mostrato le dichiarazioni di conformità del “prodotto”, hanno proceduto comunque a riscontro che ha indotto al sequestro della sostanza.

La Cannabis Light, quindi, può essere sottoposta a sequestro, come ha chiarito la Polizia scientifica e, più precisamente, il “Direttore tecnico-chimico” Anna Maria Caputo: «La legge 242 del 2016, non riguarda la legalizzazione della cannabis ma promuove la coltivazione della canapa industriale ed è rivolta solo agli agricoltori. La canapa legale fa riferimento a questa legge ma questa non è quella a cui fa riferimento la polizia quando deve analizzare sostanze stupefacenti». Siamo quindi davanti all’ennesimo pastrocchio compiuto dalla XVII legislatura, operato esclusivamente per “pagare prezzo” a qualche lobby…

Un altro esempio di sequestro è Cassino, dove la polizia ha sequestrato un chilo di “erba” di dubbia provenienza ed è stato così denunciato per spaccio di sostanze stupefacenti, non essendo stato in grado di presentare le certificazioni per dimostrare l’origine lecita della sostanza presente nel negozio. La polizia ha contestato anche il fatto che il commerciante abbia immesso sul mercato un prodotto proveniente dall’estero, ma senza essere in grado di indicarne le varietà di origine della canapa commercializzata.

Questi e gli altri sequestri, assicurano però gli esercenti, «non mettono a rischio il mercato, lo andranno invece a pulire da chi ha abusato di questo clamore mediatico portando in Italia prodotti che non possono essere commercializzati» (www.canapiamo.net). Mah!

Dal rapper milanese J-Ax a Milano per arrivare fino al “J-Ax del Molise” a Campobasso, dalla cannabis si è passati subito a fare affari (come ampiamente previsto) anche con la “marijuana legale”, con un principio attivo cioè teoricamente più basso dello 0,6%. Tutte “foglie di fico” perché, come sanno anche i bambini, l’assuefazione è dietro l’angolo e, nonostante si consumino “prodotti” con percentuale di THC inferiori a quelli previsti dalla legge, facilmente si potrebbero causare incidenti alla guida di automobili o due ruote e, oltretutto, risultare positivi ai test antidroga.

La Cannabis Light, spergiurano i venditori, l’acquistano i ragazzi con un’età media intorno ai 27 anni, ma la domanda è, come detto, chi la consuma davvero? A chi la comprano la “cannamilla” questi fratelli maggiori, cugini, amici compiacenti?

All’Unipol Arena di Bologna è appena terminata persino la “fiera di settore” della Cannabis Light, con la denominazione esoterica di “IndicaSativa Trade”. Come si diffonde il Cannabusiness nell’indifferenza dei politici (e della gran parte dei genitori) italiani… I poveri Falcone e Borsellino si stanno rivoltando nella tomba.

Fonte: Giuseppe Brienza, Il boom delle “Canne Light” in Italia, in “La Croce quotidiano”, 12 giugno 2018, p. 6

Formazione Politica

LA DIFESA DELLA VITA NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

“La centralità della vita nella Dottrina sociale della Chiesa” è il tema della puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, che andrà in onda su Radio Mater martedì 12 giugno (ore 17.30-18.30). Avrò il piacere di dialogare con Marina Casini Bandini, 52 anni, nuovo presidente del Movimento per la Vita Italiano (MpV), che succede a Gian Luigi Gigli e, prima ancora, al padre Carlo Casini, co-fondatore a Firenze del MpV nel 1975.

La prof.ssa Casini, in famiglia e da studiosa (è titolare della cattedra di Bioetica nella Facoltà di Medicina e chirurgia dell’università “Agostino Gemelli” di Roma), vive da anni le battaglie civili, politiche e culturali organizzate nel nostro Paese in favore della vita umana innocente, dal concepimento alla morte naturale. Aveva soltanto 12 anni quando, il 22 maggio del 1978, fu legalizzato l’aborto in Italia con la famigerata legge 194 e, dopo un lungo periodo d’insegnamento universitario, si mette ora in gioco inaugurando un periodo di rinnovata azione prolife del MpV. Confidiamo che una delle prime dichiarazioni che ha rilasciato da presidente del MpV (è il testo di una recente intervista al settimanale Famiglia Cristiana), vale a dire «A mio parere la 194 non ha nulla di buono. È un testo completamente iniquo», divenga in questo senso una delle direttive principali d’azione del MpV.

Dal punto di vista strettamente razionale, in effetti, oltre che da quello religioso, morale, giuridico e filosofico, la c.d. interruzione volontaria di gravidanza non ha motivo di esistere, essendo inaccettabile da parte di un ordinamento politico fondato sulla dignità umana, la violazione unilaterale e “legalizzata” del diritto alla vita di chicchesia, sia pure vivento allo stato del concepimento.

Durante la puntata si parlerà anche dell’incompatibilità della legge sul “testamento biologico”, approvata alla fine della scorsa legislatura (14 dicembre 2017), con la Dottrina sociale della Chiesa. Una normativa, questa, che, spezzando definitivamente il “rapporto d’alleanza” e di fiducia fra medico e paziente, ha introdotto quelle “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat) che costituiscono ad avviso di molti un’anticamera dell’eutanasia.

Nel corso della trasmissione sarà anche possibile rivolgere domande oppure proporre interventi telefonando al numero 031/64.60.00 o scrivendo una mail a diretta@radiomater.org (per le frequenze di Radio Mater si consulti il sito: www.radiomater.org).

Formazione Politica

CATTOLICI E “ANNI DI PIOMBO”

Gran parte dei vecchi leader BR, di Prima Linea, dei variegati gruppi della sinistra eversiva, di Autonomia è ormai libera. Saldati i conti con la giustizia, resta ora di rendere onore al passato, e ricordare quei tanti, soprattutto cattolici, che seppero andare in anni difficili contro i falsi miti del Progresso”. L’invito di Mario Adinolfi, pubblicato in appendice al saggio Cattolici e anni di piombodi Giuseppe Brienza, edito da Solfanelli, può essere un viatico originale, in occasione del quarantesimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Al di là delle rievocazioni ufficiali, del detto e non detto di quella tragica vicenda, una questione importante, su cui varrebbe la pena aprire una serie riflessione, riguarda i “cattivi maestri” che orientarono ideologicamente prima la contestazione giovanile e poi la lotta armata, ma anche quanti a certe derive culturali si opposero, in alcuni casi pagando con la vita o con gravi lesioni personali la propria coerenza. In molti casi subendo l’ostracismo dei mass-media, della cultura “egemone”, ormai trasformatasi, dopo essere stata “cultura della resa”, in sistema di potere.

Vale la pena ricordare le iniziative, a partire dal 1973, del Cidas (Centro Italiano Documentazione Azione Studi) finalizzate a collegare le differenti correnti di pensiero non marxista ed il “Manifesto per la libertà”, indirizzato agli elettori, in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, da una coraggiosa pattuglia di intellettuali liberaldemocratici e di tradizione cristiana. Né vanno dimenticate figure eminenti di intellettuali che, con il loro pensiero, segnarono passaggi importanti, nella storia culturale degli Anni Settanta: da Gianfranco Miglio, politologo dell’Università Cattolica di Milano, studioso del decisionismo-conservatore di Carl Schmitt, ad Augusto Del Noce, attento analista del processo di secolarizzazione e del “suicidio della rivoluzione”.

Che cosa mancò allora? L’impegno del “partito dei cattolici”. E’ storia nota. Alla strategia gramsciana, sviluppata dal Pci, a partire dagli Anni Cinquanta, la Democrazia Cristiana non seppe opporre un’analoga ed organica azione di risposta/proposta culturale. Alle maggioranze elettorali centriste mancarono, dopo il 18 aprile 1948, organiche strategie metapolitiche. I riferimenti alla Dottrina Sociale della Chiesa vennero gradualmente messi da parte. In molti casi si arrivò all’assimilazione culturale in un melting pot, che – per dirla con Del Noce – giunse a mettere insieme i vari materialismi in corso: “lo psicanalitico, lo strutturalistico, il positivistico, subordinandoli però al marxistico, e magari servendosi anche di teologi – e neppure questi mancano – che parleranno di un ‘materialismo cristiano’”.

A prevalere fu il compromesso ideologico, premessa necessaria a quello politico. In quel contesto la responsabilità di larga parte del mondo culturale cattolico rispetto a quello che avvenne in Italia, tra ’68 ed “anni di piombo”, fu certamente indiretta, ma non per questo meno grave.

Ci volle il trauma provocato dalla morte di Aldo Moro per fare ritrovare il bandolo di una matassa culturale perduta. Ma intanto l’assenza dei “chierici” aveva provocato quella stagione di morti fisiche e spirituali da cui ci volle un decennio per uscire, lasciando peraltro una serie di rovine spirituali con cui dobbiamo ancora fare i conti. Nel ricordo delle vittime di quegli anni, ancora oggi l’individuazione delle responsabilità culturali e politiche è essenziale per una battaglia di verità in gran parte ancora da fare.

Fonte: Mario Bozzi Sentieri, Moro e i chierici assenti, in “Totalita.it”, 9 maggio 2018