Formazione Politica

NATALITÀ IN ITALIA: SERVE O NON SERVE UNA MISURA FORTE?

Uno dei 26 Punti del programma politico generale del Popolo della Famiglia

Al centro di tutta l’azione politica del Popolo della Famiglia non può che esserci la battaglia per la natalità e contro l’inverno demografico. La principale tragedia nazionale che ci affligge, infatti, è quella che non nascono più figli e, senza di essi, il nostro Paese muore. Per questo tra i 26 punti di orientamento del Programma politico del PdF ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa c’è “N come natalità: serve una misura forte”.

Inverno demografico italiano

L’ultimo bilancio demografico nazionale reso noto dall’Istituto italiano di statistica ha documentato, anche nel 2017, la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre dello scorso anno, infatti, risultano risiedere in Italia 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera. Complessivamente, quindi, nel 2017 la popolazione è diminuita di oltre 105mila persone rispetto all’anno precedente. È come se il triplo di una bella e popolosa cittadina come Cerveteri fosse sparita tutta insieme. Il calo complessivo degli abitanti del nostro Paese è determinato oltretutto dalla notevole flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), per metà compensata dall’aumento di popolazione straniera, nei termini di 97.412 unità. Quindi siamo meno e siamo proporzionalmente sempre meno Italiani in Italia! L’ISTAT ci ha informato che nel Belpaese risiedono attualmente persone di ben 200 nazionalità, nella metà dei casi cittadini europei con prevalenza di rumeni e albanesi.

Saldi nascite/morti da 10 anni in negativo

Il movimento naturale della popolazione ha registrato anche nel 2017 un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 200 mila unità, certificando così un drammatico calo delle nascite che, in tali preoccupanti dimensioni, è in atto dal 2008.

Per il terzo anno consecutivo i nati sono stati nel 2017 meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi sono stati quasi 650 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2016, proseguendo il generale trend di crescita rilevato negli anni precedenti dovuto all’invecchiamento della popolazione (cfr. ISTAT, Comunicato stampa, Roma 13 giugno 2018). Rispetto a quest’ultimo problema andrebbe richiamata l’attenzione sui risultati di un documento del quale il Governo italiano è co-autore: “Il rapporto sull’invecchiamento”, pubblicato dalla Commissione Ue, nel suo ultimo aggiornamento, nel 2015. L’”equilibrio” del sistema pensionistico italiano che emerge da questo Rapporto, sottoscritto anche dal ministero dell’Economia e delle finanze, ne risulta davvero problematico. Infatti, secondo la Commissione europea, nel nostro Paese, ogni anno, la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di oltre 88 miliardi di euro! Si tratta dello scarto più vasto dell’Unione Europea dopo quello dell’Austria (cfr. Federico Fubini, Pensioni, uno squilibrio da 88 miliardi, in Il Corriere della sera, 27 novembre 2017, p. 6). La differenza fra quanto lo Stato riceve in contributi previdenziali e quanto versa in pensioni viene colmata grazie alle tasse e al deficit pubblico, ma quanto potrà durare questo escamotage finanziario? L’unica vera e duratura soluzione al problema del riequilibrio del sistema pensionistico (e socio-sanitario) nazionale sta solo nella ripresa delle nascite.

Per una politica natalistica ragionata ma decisa

Il problema demografico, come sappiamo, non riguarda solo l’Italia, ma tutte le parti più ricche del pianeta, nelle quali si assiste ad una caduta verticale del tasso di natalità. Le ripercussioni sull’invecchiamento della popolazione, continuando con tali tendenze, saranno tali da rendere l’Occidente incapace perfino di rinnovarsi biologicamente.

In più di 75 Paesi nel mondo il tasso di fertilità è attualmente al di sotto del “livello di sostituzione” – 2,1 bambini per donna – necessario a mantenere stabile il livello demografico. Siccome la crescita demografica è associata ad uno sviluppo integrale e solidale, una politica natalistica ragionata ma decisa dovrebbe essere al primo posto di una strategia efficace di sviluppo globale, come affermato nel punto “N” del nostro programma politico generale.

Fra tutti gli altri Paesi occidentali l’Italia sta inesorabilmente invecchiando senza che si prendano concretamente provvedimenti. Eppure, negli ultimi anni, abbiamo toccato il livello minimo di nascite dall’Unità nazionale (1861). Per questo parlare di crescita e di uscita dalla crisi senza affrontare il tema della ripresa della natalità è semplicemente miope se non irresponsabile. Le misure finora previste, di ordine economico ed episodiche, non sono assolutamente sufficienti. Di fronte ad una emergenza come questa serve una scelta forte, sia di carattere quantitativo (ad es. assicurando uno stipendio alle neo-mamme oppure mettendo a disposizione a chi si deve sposare alloggi a costi calmierati), sia di carattere qualitativo (ad es. dando maggiore sostegno alle aziende familiari che assicurano maggiore stabilità economica alle famiglie o prevedendo una riserva di posti nei concorsi pubblici per i candidati giovani da poco sposati).

Le origini ideologiche della crisi della natalità

La crisi della natalità ha origine in tutte quelle ideologie ecologiste, neomalthusiane e “naturaliste” che fanno della natura (che sta al di sotto della incomparabile dignità della persona umana) qualcosa di intoccabile e quasi superiore all’uomo con conseguenze morali inaccettabili tra le quali una mentalità radicalmente orientata al controllo forzato delle nascite. Frutto di tutte queste teorie è una mentalità apocalittica e catastrofista in relazione al futuro: si predice scarsità di alimenti con l’esaurimento della terra coltivabile in rapporto all’aumento della popolazione in un clima orribile di inquinamento planetario con l’estinzione delle risorse non rinnovabili e delle fonti di energia. Ci hanno quindi convinto che l’aumento di popolazione ci avrebbe condotto ad un periodo di carestia di alimenti energia e servizi con un corrispondente abbassamento della “qualità della vita” con un conseguente collasso della specie.

Proposte per vincere la sfida demografica

La “misura forte” che il Popolo della Famiglia propone per vincere la sfida demografica è il “reddito di maternità”. Se passasse questa proposta s’inizierebbero a dare 1000 euro al mese alle donne italiane (anche straniere ma con cittadinanza italiana), regolarmente sposate, che si decidono di dedicarsi in via esclusiva alla vita familiare e alla crescita dei figli. Questo non vuole dire che la mamma non potrà tornare al lavoro per il mercato (se lo vorrà) quando i figli saranno più grandi. Ma la madre italiana potrà finalmente decidere in modo realmente libero se e quando poterlo fare (l’assegno mensile che proponiamo sarebbe corrisposto fino al raggiungimento dei 18 anni del figlio più piccolo).

Il reddito di maternità è un valore aggiunto che il nostro Movimento vorrebbe riconoscere per ridare importanza alla maternità, al matrimonio e alla famiglia. Dobbiamo cambiare la legislazione di questo Paese che, purtroppo, promuove l’ideologia dell’affermazione individualistica della donna, che la conduce facilmente alla “cultura della morte” favorendo le pratiche della sterilizzazione, della contraccezione e dell’aborto. Una triade che noi vogliamo contrastare anzitutto dal punto di vista culturale. Il nostro primo obbiettivo quindi è quello di combattere il gelo dei nostri “quartieri-dormitorio” e case di singles o deserte che ci hanno condotto all’inverno demografico (e sociale!) che stiamo vivendo.

Ogniqualvolta proponiamo nelle varie sedi la misura del reddito di maternità ci viene quasi sempre obiettato: ma quanto costa? La risposta è: purtroppo, costa pochissimo. Quasi niente se rapportiamo l’esborso stimato a quella dell’irresponsabile proposta grillina del “reddito di cittadinanza” (780 euro mensili a tutti i milioni di cittadini italiani privi di occupazione). Il reddito di maternità, infatti, farebbe spendere pochissimo all’Erario perché pochissime sono le donne Italiane che fanno figli. Parliamo di una cifra che va da uno a otto miliardi l’anno, corrispondente a circa lo 0,4% del Pil nazionale.

Ecco, ora noi questi soldi lo vorremmo dare direttamente nelle tasche della famiglia, direttamente nella gestione delle donne-madri che, va detto, “meriterebbero” molto di più. Il costo per le casse dello Stato, come visto, è irrisorio rispetto ai benefici che produce e che può essere agevolmente coperto dalla cancellazione della marea di soldi inutilmente stanziati in bandi fittizi da uffici della presidenza del Consiglio come l’Unar, oltre che con l’abolizione della legge Cirinnà e dei relativi carichi imposti all’Inps per le pensioni di reversibilità ai gay (Lgbtqi, pardon!), quantificati da Tito Boeri in centinaia di milioni di euro l’anno. Molto meno della proposta grillina del reddito di cittadinanza, che costerebbe circa 20 miliardi l’anno! Se 1/8 miliardi per il reddito di maternità vi sembrano troppi, consideriamo solo, ad esempio, che la stima dei costi per l’accoglienza dei migranti è attualmente quantificata in circa 4,6 miliardi ogni anno. Ma i soldi investiti nel reddito di maternità, a differenza di questi ultimi, sarebbero messi direttamente in circolo nel mercato nazionale in quanto il 90% sarebbe speso in consumi e, quindi, quasi il 50% ritornerebbe allo Stato attraverso la tassazione (IVA  e IRPEF). Serve altro? Beh, allora vi fornisco un ulteriore dato: 20 miliardi di euro solo per salvare Monte Paschi Siena e le altre banche “di famiglia” in difficoltà…

L’abrogazione della legge Cirinnà

Quanto ricaveremmo dall’abrogazione della legge Cirinnà sulle unioni civili omosessuali? Secondo il Mef i costi sarebbero di 3,7 milioni di euro nel 2016, con crescita fino a 22,7 nel 2025. Il tutto per “beneficiare” quante persone? Circa 7000 sono state le coppie unite civilmente fino ad oggi, laddove ben 26 milioni di persone che appartengono alle famiglie italiane vedono disattese da anni tutte le loro esigenze! Nel numero di queste famiglie, teniamo conto, ce ne sono circa 3 milioni e mezzo che hanno il capofamiglia inattivo o disoccupato.

La finalità del reddito di maternità è evidentemente quella di consegnare alla donna finalmente una piena libertà di scelta: se essere madre lavoratrice o essere esclusivamente madre, senza essere piegata al ricatto di dover contemperare attività faticosissime. Noi facciamo politica per cambiare concretamente la vita delle persone e per dare un pugno al piano inclinato che ci sta sempre più portando all’inverno demografico.

Forse con il reddito di maternità una donna non andrebbe a lavorare per 800 euro al mese per spenderne se va bene 3-400 di asilo nido! Noi non “agevoliamo” le donne, ma riconosciamo che fare la madre a tempo pieno è un lavoro di interesse pubblico e come tale lo vogliamo remunerare.

Quoziente familiare

Al punto del programma relativo alla natalità, va strettamente collegato a mio avviso quello che, in sintesi, potremmo definire “fisco a misura di famiglia”. Mi riferisco alla lettera “Q” come quoziente familiare (“Tagliare a fette il reddito imponibile”), che implicherebbe stabilire un criterio di progressività del sistema fiscale e tributario. Attualmente, infatti, esso è di tipo meramente individualistico. Noi lo vorremmo ridisegnare (come fatto ad esempio in Francia) in ragione della capacità contributiva di cui dispone la famiglia nel suo insieme. Dato uno stesso livello di reddito di due diversi soggetti, quindi, se su uno di essi gravano oneri che ne riducono la capacità contributiva, l’imposta non dovrà colpire il reddito in quanto tale, ma quello diminuito dei costi necessari per far fronte a questi oneri. Con questo strumento la somma dei redditi dei componenti della famiglia viene divisa per la somma dei componenti (viene “tagliato a fette”), cui viene attribuito un peso non necessariamente uguale. Per esempio più crescono i figli più il “peso” aumenta. In questo modo si ottiene il risultato di far pagare meno tasse alle famiglie unite e che hanno due o più figli.

Tra le tante misure previste per ridare sostegno e forza alla famiglia e per tornare a fare figli, oltre ai già citati reddito di maternità e quoziente familiare vi elenco anche altri punti:

  • Partita-Iva per la Famiglia che prevede lo scarico dei costi (scarico dei costi animali da compagnia è pressoché integrale).
  • Priorità per le famiglie numerose italiane nell’assegnazione di alloggi pubblici e alle giovani famiglie con stanziamento di un Fondo di Garanzie pubblico per i mutui per le coppie sposate under 35.

L’importanza della Dottrina sociale della Chiesa

Il primo terreno su cui deve impegnarsi l’azione sociale e politica dei cristiani, unitamente a quella di tutti gli uomini che cercano la verità, è difesa del matrimonio e della famiglia secondo criteri illuminati dalla Dottrina sociale della Chiesa. La civiltà dell’amore, della verità e della misericordia, della giustizia e del perdono, si costruisce infatti prima di tutto in famiglia. Dato che il matrimonio è alla base della famiglia e la costituisce (art. 29 Costituzione) si può dire che il matrimonio sia a fondamento dell’intera società, dato che questa ha origine dalla famiglia. Ogni indebolimento del matrimonio, che è anche una istituzione sociale, comporta un declino e un impoverimento delle relazioni sociali in quanto tali. È nel matrimonio che, per la prima volta, due poli complementari della persona umana, l’uomo e la donna, si accolgono in un vincolo indissolubile e aperto alla vita e, così facendo, fondano la comunione sociale e tra le generazioni, assumendo una responsabilità pubblica fondata non sui desideri ma sulla complementarietà secondo un ordine, l’ordine naturale (e, quindi, l’ordine del Creatore).

Non va dimenticato che il matrimonio è prima di tutto una istituzione di ordine naturale. Già a questo livello si comprende che la sessualità umana ha anche una dimensione pubblica di accoglienza, di promessa, di impegno, di corresponsabilità secondo l’ordine della natura, che non è semplicemente un dato fisico ma che non può prescindere dal dato fisico. Già a questo livello il matrimonio è indissolubile, per la profondità dell’unione degli sposi e per la responsabilità verso i figli.

In Italia il matrimonio e la famiglia sono in fase di decomposizione e le culle piangono. Andando avanti così il nostro Paese sarà una somma di individui “single” variamente accostati l’uno all’altro, ma non un Popolo con dei legami naturali forti. Anche la recente legge sulla possibilità di scegliere il cognome è destinata a creare un individuo senza più connotazioni familiari.

Ma mentre quasi più nessuno vuole sposarsi, gli omosessuali (Lgbtqi…) dicono che vogliono sposarsi, e a tutti i costi. È evidente che dietro ci sono altri motivi. Lo scopo è di distruggere ulteriormente il matrimonio e la famiglia. In ogni caso le statistiche ci dicono che, alla fine, i cosiddetti “matrimoni” omossessuali sono pochi e in evidente contraddizione con la campagna che se ne fa. In Olanda, lo Stato che per primo ha legalizzato questo tipo di “matrimonio”, solo una coppia su cinque ha voluto sposarsi. Le coppie eterosessuali, invece, risultano sposate nella proporzione di quattro su cinque. In Spagna è lo stesso: ogni anno le “nozze gay” sono circa tremila, una cifra molto bassa e inferiore a qualsiasi previsione. In Inghilterra i “matrimoni” omosessuali pesano solo per il 2 per cento sul totale.

 Una società meno responsabile?

In conclusione, alla base delle due tipologie di misure previste nel programma del PdF vi è una valutazione di fondo: sposarsi e avere dei figli comporta una assunzione di responsabilità maggiore che frequentarsi continuando ad abitare ognuno a casa propria ed evitando di avere figli. Convivere sotto lo stesso tetto significa infatti lasciare totalmente “le porte aperte” a un eventuale cambio di rotta. Una società di persone unite in matrimonio (le “famiglie naturali”!) ha cittadini più responsabili che una società di single o di “nomadi affettivi”. Questo è uno degli aspetti politici della questione della crisi del matrimonio e della denatalità. Chi investe in un progetto di vita con l’altro, si assume delle responsabilità pubbliche nei confronti dei figli, si lega con dei vincoli e rivela certamente una maggiore attitudine ad assumersi responsabilità anche in altri settori della vita sociale.

Ma la responsabilità è qualcosa di importante per la società o no? Meglio una società di irresponsabili? Sembrerebbe di sì, dato che si fa di tutto per togliere smalto al matrimonio e alla famiglia.

 

La politica responsabile e quella irresponsabile

Certamente non può essere la politica da sola a fronteggiare i processi che ho finora descritto, che sono soprattutto di ordine culturale. Essa però non fa niente, anzi li favorisce e li asseconda. Il “divorzio breve” approvato dal Parlamento va in questa direzione. Rende infatti possibile separarsi anche in presenza di figli in soli sei mesi recandosi davanti ad un funzionario amministrativo. Prima, almeno, si doveva aspettare qualche anno. Ripensarci. Poi si andava davanti al Presidente di un Tribunale. Ora il divorzio diventa un affare privato da sbrigare con una velocità superiore che non disdire il contratto del proprio cellulare. Questa legge ha contribuito ulteriormente a privatizzare il matrimonio e la famiglia! Il fallimento della politica, che il Popolo della Famiglia vuole invertire, oggi, si rinviene soprattutto qui.

Fonte: Sara Deodati, Natalità in Italia: serve o non serve una misura forte?, in La Croce quotidiano, 23 giugno 2018, p. 6.

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Incontro di presentazione del programma politico del PdF ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa

Per conoscere meglio il Popolo della Famiglia cosa c’è di meglio che il programma politico generale, sintetizzato nei 26 punti ispirati al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa? Sono stati pubblicati sul giornale diretto da Mario Adinolfi “La Croce quotidiano” fin dall’inizio del movimento, che è stato fondato a Roma, da oltre 300 padri e madri di famiglia e persone di buona volontà, l’11 marzo del 2016. Per chi abita a Cerveteri (vicino Roma), l’appuntamento è per questo venerdi, 22 giugno, alle ore 19, presso l’associazione “Il Sorriso”, in largo Vivaldi 30.

Dopo un’introduzione di Germana Biagioni, interverranno i dirigenti del PdF-Roma Giuseppe Brienza, Anna Ciappa, Sara Deodati e Silvio Rossi, i quali illustreranno i principali contenuti del programma del movimento di Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo rispondendo alle domande ed agli interventi dei partecipanti.

Per ulteriori informazioni si può scrivere una mail a: pdf.cerveteri@gmail.com.

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LA DIFESA DELLA VITA NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

“La centralità della vita nella Dottrina sociale della Chiesa” è il tema della puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, che andrà in onda su Radio Mater martedì 12 giugno (ore 17.30-18.30). Avrò il piacere di dialogare con Marina Casini Bandini, 52 anni, nuovo presidente del Movimento per la Vita Italiano (MpV), che succede a Gian Luigi Gigli e, prima ancora, al padre Carlo Casini, co-fondatore a Firenze del MpV nel 1975.

La prof.ssa Casini, in famiglia e da studiosa (è titolare della cattedra di Bioetica nella Facoltà di Medicina e chirurgia dell’università “Agostino Gemelli” di Roma), vive da anni le battaglie civili, politiche e culturali organizzate nel nostro Paese in favore della vita umana innocente, dal concepimento alla morte naturale. Aveva soltanto 12 anni quando, il 22 maggio del 1978, fu legalizzato l’aborto in Italia con la famigerata legge 194 e, dopo un lungo periodo d’insegnamento universitario, si mette ora in gioco inaugurando un periodo di rinnovata azione prolife del MpV. Confidiamo che una delle prime dichiarazioni che ha rilasciato da presidente del MpV (è il testo di una recente intervista al settimanale Famiglia Cristiana), vale a dire «A mio parere la 194 non ha nulla di buono. È un testo completamente iniquo», divenga in questo senso una delle direttive principali d’azione del MpV.

Dal punto di vista strettamente razionale, in effetti, oltre che da quello religioso, morale, giuridico e filosofico, la c.d. interruzione volontaria di gravidanza non ha motivo di esistere, essendo inaccettabile da parte di un ordinamento politico fondato sulla dignità umana, la violazione unilaterale e “legalizzata” del diritto alla vita di chicchesia, sia pure vivento allo stato del concepimento.

Durante la puntata si parlerà anche dell’incompatibilità della legge sul “testamento biologico”, approvata alla fine della scorsa legislatura (14 dicembre 2017), con la Dottrina sociale della Chiesa. Una normativa, questa, che, spezzando definitivamente il “rapporto d’alleanza” e di fiducia fra medico e paziente, ha introdotto quelle “Disposizioni anticipate di trattamento” (Dat) che costituiscono ad avviso di molti un’anticamera dell’eutanasia.

Nel corso della trasmissione sarà anche possibile rivolgere domande oppure proporre interventi telefonando al numero 031/64.60.00 o scrivendo una mail a diretta@radiomater.org (per le frequenze di Radio Mater si consulti il sito: www.radiomater.org).

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CATTOLICI E “ANNI DI PIOMBO”

Gran parte dei vecchi leader BR, di Prima Linea, dei variegati gruppi della sinistra eversiva, di Autonomia è ormai libera. Saldati i conti con la giustizia, resta ora di rendere onore al passato, e ricordare quei tanti, soprattutto cattolici, che seppero andare in anni difficili contro i falsi miti del Progresso”. L’invito di Mario Adinolfi, pubblicato in appendice al saggio Cattolici e anni di piombodi Giuseppe Brienza, edito da Solfanelli, può essere un viatico originale, in occasione del quarantesimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Al di là delle rievocazioni ufficiali, del detto e non detto di quella tragica vicenda, una questione importante, su cui varrebbe la pena aprire una serie riflessione, riguarda i “cattivi maestri” che orientarono ideologicamente prima la contestazione giovanile e poi la lotta armata, ma anche quanti a certe derive culturali si opposero, in alcuni casi pagando con la vita o con gravi lesioni personali la propria coerenza. In molti casi subendo l’ostracismo dei mass-media, della cultura “egemone”, ormai trasformatasi, dopo essere stata “cultura della resa”, in sistema di potere.

Vale la pena ricordare le iniziative, a partire dal 1973, del Cidas (Centro Italiano Documentazione Azione Studi) finalizzate a collegare le differenti correnti di pensiero non marxista ed il “Manifesto per la libertà”, indirizzato agli elettori, in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976, da una coraggiosa pattuglia di intellettuali liberaldemocratici e di tradizione cristiana. Né vanno dimenticate figure eminenti di intellettuali che, con il loro pensiero, segnarono passaggi importanti, nella storia culturale degli Anni Settanta: da Gianfranco Miglio, politologo dell’Università Cattolica di Milano, studioso del decisionismo-conservatore di Carl Schmitt, ad Augusto Del Noce, attento analista del processo di secolarizzazione e del “suicidio della rivoluzione”.

Che cosa mancò allora? L’impegno del “partito dei cattolici”. E’ storia nota. Alla strategia gramsciana, sviluppata dal Pci, a partire dagli Anni Cinquanta, la Democrazia Cristiana non seppe opporre un’analoga ed organica azione di risposta/proposta culturale. Alle maggioranze elettorali centriste mancarono, dopo il 18 aprile 1948, organiche strategie metapolitiche. I riferimenti alla Dottrina Sociale della Chiesa vennero gradualmente messi da parte. In molti casi si arrivò all’assimilazione culturale in un melting pot, che – per dirla con Del Noce – giunse a mettere insieme i vari materialismi in corso: “lo psicanalitico, lo strutturalistico, il positivistico, subordinandoli però al marxistico, e magari servendosi anche di teologi – e neppure questi mancano – che parleranno di un ‘materialismo cristiano’”.

A prevalere fu il compromesso ideologico, premessa necessaria a quello politico. In quel contesto la responsabilità di larga parte del mondo culturale cattolico rispetto a quello che avvenne in Italia, tra ’68 ed “anni di piombo”, fu certamente indiretta, ma non per questo meno grave.

Ci volle il trauma provocato dalla morte di Aldo Moro per fare ritrovare il bandolo di una matassa culturale perduta. Ma intanto l’assenza dei “chierici” aveva provocato quella stagione di morti fisiche e spirituali da cui ci volle un decennio per uscire, lasciando peraltro una serie di rovine spirituali con cui dobbiamo ancora fare i conti. Nel ricordo delle vittime di quegli anni, ancora oggi l’individuazione delle responsabilità culturali e politiche è essenziale per una battaglia di verità in gran parte ancora da fare.

Fonte: Mario Bozzi Sentieri, Moro e i chierici assenti, in “Totalita.it”, 9 maggio 2018