Formazione Politica

SCUOLA E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

L’intervento di Giuseppe Brienza nell’ultima puntata di “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”. L’argomento trattato è l’importanza, per ogni cristiano e per ogni genitore, dell’educazione e della scuola in armonia con le proprie convinzioni e con il “progetto educativo” della famiglia

 

Il tempo estivo, “intermedio” tra il giusto riposo di studenti, genitori e insegnanti e la programmazione del nuovo anno scolastico pare il momento giusto per ri-pensare cosa rappresenti per ogni cristiano l’educazione e la scuola e quanto il sistema educativo sia importante, non solo per la formazione umana della persona, ma anche per quella religiosa e per il bene comune dell’intera società. Un tema cui la Dottrina sociale della Chiesa continua a dedicare attenzione e insegnamenti, ai quali Papa Francesco contribuisce direttamente sia con il suo Magistero sia con i richiami a quello precedente e, in particolare, al Concilio Vaticano II.

Possiamo sintetizzare l’insegnamento della Chiesa sull’educazione, in prima generale approssimazione, ricorrendo ai due seguenti principi ribaditi appunto dall’ultimo Concilio:

– la famiglia è la prima scuola di vita cristiana e “una scuola di umanità più ricca” (Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 52);

– i genitori sono i primi e principali educatori dei loro figli (Dichiarazione sull’educazione cristiana, Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, n. 3).

 

COSA INSEGNA IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) trae questa conseguenza dai due fondamentali principi della Dottrina sociale della Chiesa prima detti (ovvero famiglia “prima scuola” umana e cristiana e genitori principali educatori dei figli): «i genitori hanno il diritto di scegliere per loro una scuola rispondente alle proprie convinzioni» (n. 2229). Sembra ovvio ma, anche in Italia, questo diritto-dovere dei padri e delle madri è contraddetto in radice dall’ingiustizia che li vede pagare, a differenza degli altri cittadini con figli, le tasse scolastiche due volte. Sì, perché le famiglie che scelgono la c.d. scuola privata (in realtà dovrebbe essere chiamata “scuola pubblica paritaria”) pagano e le tasse generali per il servizio scolastico di Stato e comunale e, insieme, anche le rette per formare i loro figli negli istituti non statali ai quali decidono d’iscriverli. Il dato incontrovertibile è che nel nostro Paese, stiamo assistendo da una flessione costante, che parte dal 2012, degli alunni delle scuole paritarie, dall’infanzia alle superiori. Infatti, solo 6 anni fa, in Italia erano più di un milione mentre d’allora ogni anno stanno scendendo di circa il 10% all’anno. Aumenta evidentemente il numero delle famiglie che non possono permettersi la doppia tassazione (imposte generali e rette). Il decremento d’iscrizioni, non a caso, è stato maggiore nella scuola secondaria (cioè medie e superiori), dove i costi di frequenza sono normalmente maggiori ma, allo stesso tempo, la divaricazione tra l’ideologia laicista e anti-naturale veicolata da non pochi docenti e presidi statali e il pensiero educativo delle famiglie italiane si sta facendo sempre più grave. In definitiva, applicando il principio sopra ricapitolato dal CCC, alla scuola libera non servono “più soldi”, ma pari dignità in quanto essa sia espressione dell’autonomia e dell’auto-organizzazione delle famiglie. Parlare di fondi da dare alla scuola pubblica oppure alle scuole paritarie è una trappola ideologica, che confonde molti cittadini e molti genitori indotti a sbagliare ancora una volta il “bersaglio”. Si innesca insomma una “guerra tra poveri”, cioè fra la buona scuola pubblica paritaria e la buona scuola pubblica statale.

Ritornando al «diritto fondamentale» dei genitori, come lo definisce il CCC, «di scegliere le scuole che li possano aiutare nel migliore dei modi nel loro compito di educatori cristiani», vediamo tutti, nei fatti, come in Italia i pubblici poteri non abbiano finora adempiuto al loro «dovere di garantire tale diritto dei genitori e di assicurare le condizioni concrete per poterlo esercitare» (n. 2229).

Parliamo ora dei doveri dei cristiani come genitori. Abbiamo detto che secondo la DSC i genitori sono i primi responsabili dell’educazione dei loro figli ma cosa significa questo in concreto per l’Italia di oggi? Beh, diminuendo da noi ogni anno sia il numero di matrimoni sia conseguentemente quello di figli si capisce bene come questo dovere (ma sarebbe meglio dire “responsabilità”) consiste innanzitutto nella creazione di una famiglia (il che, purtroppo, anche fra cristiani, non è più la “norma”). Una volta sposati, i coniugi dovrebbero evitare di trasformare il focolare domestico in un “dormitorio”, accedendo in tutto e per tutto, per motivi di lavoro o altro, alla cultura della “delega”. Le case cristiane dovrebbero invece essere un luogo particolarmente adatto per educare alle virtù. Una educazione che, dice il CCC, «richiede che si impari l’abnegazione, un retto modo di giudicare, la padronanza di sé, condizioni di ogni vera libertà» (n. 2223) ma, soprattutto, a subordinare «le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali» (Giovanni Paolo II, Centesimus annus. Lettera enciclica nel centenario della Rerum novarum, 1° maggio 1991, n. 36). I genitori hanno anche la grave responsabilità di dare ai loro figli buoni esempi. Riconoscendo con franchezza davanti ai figli le proprie mancanze, saranno meglio in grado di guidarli e di correggerli.

Venendo ora ad un tema sul quale è intervenuto molte volte anche Papa Francesco, ovvero quello della teoria del gender, che non distingue tra sesso naturale e genere idealmente scelto (o imposto), un’ideologia intollerante e totalitaria perché spesso imposta ai ragazzi all’insaputa (o con l’inganno) dei genitori, i Santo Padre l’ha additata come nemica del matrimonio e della natura. Anche il CCC offre diversi punti con i quali illuminarci, fra i quali il seguente: «La fornicazione è l’unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all’educazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani» (n. 2353). Sia nel primo senso (sessualità non orientata esclusivamente al piacere e, soprattutto, non pura genitalità) sia nel secondo (“corruzione” dei giovani è quando li si disorienta sulla distinzione e complementarietà maschio/femmina), ci pare che la famiglia italiana abbia non poco da temere dagli attuali orientamenti, veicolati dalla c.d. scuola pubblica, in tema di educazione sessuale.

 

COSA INSEGNA IL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Anche nel Compendio di Dottrina sociale della Chiesa (2004) troviamo espressi i due principi di fondo in materia educativa e viene sottolineata la necessità della collaborazione delle diverse agenzie educative. Esigenza sacrosanta perché, oggi più che mai, la famiglia isolata non può minimamente pensare di farcela ad educare i propri figli e avviarli ad una scuola veramente umana e cristiana. Leggiamo quindi nel Compendio: «I genitori sono i primi, ma non gli unici, educatori dei lori figli. Spetta a loro, dunque, esercitare con senso di responsabilità l’opera educativa in stretta e vigile collaborazione con gli organismi civili ed ecclesiali» (n. 240). Questo vuol dire che ai genitori, secondo la DSC, non va precluso il diritto-dovere di auto-organizzarsi, ricorrendo persino all’istruzione domiciliare, chiamata in inglese homeschooling, altrimenti detta “scuola parentale”, che è svolta esclusivamente fra le pareti di casa o comunque in un “contesto domiciliare”. Si tratta, in taluni casi, di una soluzione “estrema” ma, in fin dei conti, diventata non troppo inconsueta anche da noi. Il Compendio non cita espressamente l’homeschooling ma il principio che ne è alla base, e che è anche salutarmente contrario ad ogni impostazione statalista in ambito scolastico. Leggiamo: «I genitori hanno il diritto di fondare e sostenere istituzioni educative. Le autorità pubbliche devono far sì che “i pubblici sussidi siano stanziati in maniera che i genitori siano veramente liberi nell’esercitare questo diritto, senza andare incontro ad oneri ingiusti. Non si devono costringere i genitori a sostenere, direttamente o indirettamente, spese supplementari, che impediscano o limitino ingiustamente l’esercizio di questa libertà”» (n. 241).

È da considerarsi quindi una «ingiustizia», come la definisce il Compendio, il rifiuto di sostegno economico pubblico alle scuole non statali che ne abbiano necessità e rendano un servizio alla società civile (questo impone l’attuale monopolio scolastico dello Stato in materia scolastica), oppure gli intralci o le penalizzazioni all’homeschooling quando soggetto alle regole di base dettate dall’ordinamento costituzionale. Lo Stato, le Regioni, l’Unione europea o le altre istituzioni pubbliche, insomma, non potrebbero limitarsi, senza commettere una violazione di un diritto fondamentale, a “tollerare” esclusivamente le scuole cosiddette private oppure quelle parentali violandole o anemizzandole in questo modo progressivamente ma inesorabilmente.

Poi il Compendio DSC inserisce giustamente il tema dell’educazione e della scuola nell’ambito dei diritti-doveri di partecipazione civica non solo dei genitori o delle famiglie, ma di tutti i cristiani. L’impegno sociale e politico del fedele laico in ambito culturale, infatti, assume oggi come prima direzione precisa quella «di garantire a ciascuno il diritto di tutti a una cultura umana e civile» (n. 557). Anche chi non ha figli o non li ha in età scolastica, quindi, in obbedienza del comandamento dell’amore verso il prossimo, dovrebbe collaborare al diritto delle famiglie e delle persone ad una scuola libera, come afferma il Compendio, da «ogni forma di monopolio e di controllo ideologico». L’impegno per l’educazione e la formazione della persona, insegna infatti la DSC «costituisce da sempre la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani» (Compendio, n. 557).

 

IL “CODICE DI CAMALDOLI” E LA SCUOLA

Un documento interessante di Dottrina sociale cattolica del XX secolo, il Codice di Camaldoli (1943), nei suoi Enunciati iniziali riassume con molta chiarezza alcuni punti determinanti sul tema della scuola che è utile richiamare per renderci conto di come una serie di questioni erano un tempo molto presenti ed ora sono invece piuttosto ignorate nel “mondo cattolico”. Oltre al diritto-dovere della famiglia, infatti, questi intellettuali (laici) che si riunirono nel famoso eremo benedettino dopo un’epoca di totalitarismi come quella che aveva afflitto il periodo fra le due guerre mondiali (e che purtroppo continuerà a farlo per tutto il secolo “delle idee assassine” come ha definito il Novecento lo storico Robert Conquest), la missione educatrice andava riconosciuta anche alla Chiesa, destinataria di un «diritto indipendente dallo Stato di stabilire scuole di ogni grado per l’educazione e l’istruzione dei suoi figli. “Lo Stato, privo del titolo di paternità, ha nell’educazione una missione soltanto secondaria. Tuttavia può esigere e quindi procurare che tutti i cittadini abbiano la necessaria conoscenza dei loro doveri civili e nazionali e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica, che, attese le condizioni dei tempi nostri, sia richiesto dal bene comune. Tuttavia è chiaro che lo Stato deve rispettare i diritti nativi della Chiesa e della famiglia sull’educazione cristiana, oltreché osservare la giustizia distributiva. Pertanto è ingiusto e illecito ogni monopolio scolastico che costringa fisicamente o moralmente le famiglie a frequentare le scuole dello Stato, contro gli obblighi della coscienza cristiana o anche contro le loro legittime preferenze”» (n. 9).

Veniva poi a Camaldoli efficacemente riassunto il compito originario delle tre fondamentali “agenzie educative” in materia scolastica: «La famiglia vi ha una competenza per quanto riguarda la finalità personale e l’integrità morale e religiosa del figlio; lo Stato vi ha una competenza per quanto riguarda il promovimento e la difesa del bene temporale comune; la Chiesa vi ha una competenza per l’insegnamento religioso e per tutto quanto abbia relazione con la religione e la morale» (n. 13).

Dunque educazione morale, educazione culturale-civica-professionale ed educazione religiosa, senza interferenze o “invasioni di campo” di una delle tre agenzie sull’altra e viceversa. E invece il protagonista della seconda “missione educativa”, cioè lo Stato o, meglio, le minoranze che lo riescono obliquamente a indirizzare, è riuscito col tempo (diciamo dal Sessantotto in poi) a fare “asso pigliatutto” arrogandosi il compito dell’educazione (o, purtroppo, dis-educazione) morale e pseudo-religiosa (cioè relativista) dei giovani. Da quest’ultimo punto di vista, invece, era molto chiaro nel 1944 che l’educazione e la scuola sono un «fatto essenzialmente unitario anche se vi collaborano elementi diversi, in un popolo cristiano ha ispirazione religiosa in ogni suo momento; non è possibile affermare la pura laicità anche di aspetti particolari» (n. 14).

Anche nel Codice di Camaldoli, poi, era naturalmente ribadito il diritto della famiglia «di scegliere l’istituzione scolastica che le da maggior fiducia» e, correlativamente, il dovere «di accettare e secondare le finalità e la disciplina della scuola» (n. 15).

Il Capitolo terzo del Codice di Camaldoli è dedicato interamente al tema dell’educazione. Vi si articolano i principi:

– della collaborazione scuola/famiglia, con il ruolo dell’insegnante di «mandatario e collaboratore del padre di famiglia il quale da parte sua deve secondare, nelle finalità sue proprie e nella disciplina, l’opera della scuola», n. 38),

– del diritto/dovere della Chiesa cattolica a «vigilare sull’educazione religiosa e morale e dei suoi figli», direttamente discendete ad essa dalla «missione conferitale dal suo divin Fondatore e per la sua maternità soprannaturale» (n. 39);

– del dovere dello Stato, «quale espressione della volontà dei genitori e quale promotore del bene comune della società», nonché di tutte le autorità politiche, nazionali e internazionali, di «sempre riconoscere il diritto anteriore e naturale della famiglia e quello soprannaturale della Chiesa sull’educazione cristiana dei figli. In nessun caso lo stato può ledere i diritti della Chiesa e della famiglia in quello che loro spetta» (n. 40);

– dell’insufficienza e improponibilità della scuola c.d. neutra o laica, perché, affermano a chiare lettere gli estensori del Codice di Camaldoli, una tale impostazione si qualifica come «assurda e contraddittoria in termini perché “scuola” dice educazione totale dell’uomo, e “laica” dice volutamente ignoranza, trascuratezza e disinteresse dell’aspetto più nobile che ci sia da educare nell’uomo: la sua vita spirituale e religiosa. Scuola laica è dunque scuola incompleta e programmaticamente deficiente. Essa è ingiusta contro i giovani ed è lesiva del loro diritto; è oppressiva della libertà degli scolari e del diritto dei genitori di esigere che lo stato non imponga ai loro figli un’educazione contraria alla loro fede» (n. 41).

IL MAGISTERO DI PAPA FRANCESCO

Nel Magistero di Papa Francesco, che da religioso negli anni Sessanta è stato anche insegnante in vari collegi argentini, troviamo non solo molti contenuti ma una vera e propria passione se non amore per la scuola. Chi si sia dedicato anche solo superficialmente all’ascolto o alla lettura dei numerosi testi prodotti dal Pontefice in questi cinque anni di pontificato avrà notato come in essi ricorra spesso il tema dell’educazione, e di quella scolastica in particolare. La presenza non sembra attribuibile a un semplice dovere pastorale (la Chiesa è maestra, quindi educa) ma alla sua stessa e diretta esperienza di insegnante, in primo luogo di Letteratura e Psicologia nel Collegio gesuita del Salvador a Buenos Aires), che lo ha indubbiamente segnato facendogli scoprire le potenzialità e la bellezza dell’attività educativa scolastica. Forse proprio per questa esperienza personale l’educazione è un tema direi “costitutivo” del suo pontificato, sicuramente più di quanto sia accaduto in passato nelle parole di altri Papi.  In poche parole potremmo dire così: per papa Francesco l’educazione non è un’esperienza intellettuale ma un’esperienza di vita, non è solo conoscenza ma anche e soprattutto relazione.

Il 10 maggio del 2014 si è tenuta a Roma in piazza San Pietro una manifestazione diretta al mondo della scuola con la partecipazione di una folla enorme (300mila tra genitori, insegnanti e studenti italiani), ad esito di un percorso di approfondimento, La Chiesa per la scuola, promosso dalla CEI nel quadro del decennio pastorale 2010-2020. La scuola cui il Santo Padre si è rivolto non è stata solo quella cattolica, come qualcuno ha sostenuto o pensato, e stava a dimostrarlo la presenza dell’allora Ministro dell’istruzione Stefania Giannini e di decine di migliaia di alunni e docenti di scuole statali tra i presenti. In quella occasione papa Francesco scelse di impostare il suo discorso non sul valore educativo e culturale della scuola ma sull’amore che merita la scuola: «Voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo». Ha quindi aggiunto, in perfetta continuità da quanto prima detto nell’impostazione tradizionale della DSC: «Non può esistere una educazione “neutra”», poiché la scuola «ci educa al vero, al bene e al bello». A tal proposito ha fatto riferimento a don Lorenzo Milani, il sacerdote-educatore fiorentino, per il quale la scuola doveva essere sinonimo di «apertura alla realtà».

L’esordio del discorso al mondo della scuola del Papa è stato, come spesso accade, un po’ spiazzante: «La scuola non è un’istituzione da rispettare o un servizio da sostenere e potenziare: è un luogo da amare, cioè da scoprire come contesto significativo di vita al di là del suo significato formale». Per le migliaia di insegnanti e genitori che quel giorno affollavano piazza San Pietro (fra gli altri c’era anche mia moglie e mia figlia) è stata una lezione fondamentale: non si può pretendere che gli alunni amino la scuola se non la amano per primi i docenti.

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